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Un Concerto Di Rara Bellezza: Josè Gonzalez All’Anfiteatro Del Venda

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Fotografia gentilmente concessa da Giulia Callino. Tutti i diritti sono riservati ©.

Qualche tempo fa,  in una comunissima serata in casa, ero sprofondato sul divano a godermi il climatizzatore e a farmi coccolare dal Daily Mix di Spotify. Scelgo il numero 4, che parte da Glen Hansard e Ben Howard, insomma, un classico mix del folk più classico che strizza l’occhio al blues e al soul fino ad arrivare all’indie folk più moderno, ma  quello fatto bene bene. Partono i primi brani conosciuti cui ormai non faccio più nemmeno troppo caso. E poi parte la magia del Daily Mix, artisti sconosciuti che cantano canzoni stupende.

Ad un certo punto mi stoppo. Parte una canzone di una delicatezza e di una bellezza che raramente avevo sentito. Smetto di parlare, mi metto seduto, chiudo gli occhi e mi precipito dentro a quel mondo: un mondo educato e delicato,  un arpeggio costante di una chitarra classica, e questa melodia cantata da una voce soffice, quasi sottovoce, che va a braccetto con le corde in nylon. Ma allo stesso tempo una percussione gentile, che accompagna il tutto. Wow. Rimango senza parole. Lascio finire il brano e poi corro a vedere chi fosse: leggo “Leaf Off / The Cave”, un certo Josè Gonzalez. Per giorni non ho fatto altro che ascoltare i suoi dischi. Cantautore svedese, figlio di emigrati argentini scappati alla “Dirty War” negli anni 70. E nei suoi brani si sentono la sua matrice ispanica sposata meravigliosamente con quelle produzioni nordiche, belle, pulite, tremendamente belle.

La fortuna bacia anche me e poco tempo dopo scopro che a breve, brevissimo avrebbe  suonato in Italia, e corro a comprare i biglietti quasi esauriti. Il concerto si tiene in una delle location secondo me più belle d’Europa, l’Anfiteatro del Venda, a poco più di un’ora di macchina da casa mia, in mezzo ai colli Euganei. Vinco quindi le mie vertigini, e mi arrampico per stradine infime e tornanti su su per il colle, e una volta arrivato rimango a bocca spalancata.

Questo anfiteatro naturale, questo palchetto di legno, e dietro, la vallata ricca di vigneti e di infinite sfumature di verde. Ero già contento, mi bastava quello spettacolo. Ci sediamo per terra, in mezzo all’erba un po’ rada e qualche sasso. L’attesa è di poco più di un’ora che però sembra non passare mai.  Mi distraggo notando (deformazione professionale) l’impianto audio di qualità eccellente, le luci che fanno spettacolo solo loro, il panorama, a chiederci che città fosse quella che si intravedeva  al di là della vallata. Poi arriva il momento. Eccolo, è lui. Sale sul palco e saluta timidamente in un italiano incerto. Le luci sono calate da un po’, lì non ci sono lampioni ma solo la luce del sole, ormai tramontato. I fari sul palco si tingono di blu e tocca la prima corda.

E ti chiedi come sia possibile che tutto possa suonare così meravigliosamente. Eppure non c’è niente: una chitarra classica, di quelle che chiunque ha in cantina, e una voce soffice. L’audio sembra quello di un disco, chiudo gli occhi, mi lascio trasportare. Entro subito in sintonia e mi lascio cullare dalla bellezza di questo artista. Dal drop D, da altre corde tirate o scordate, dallo stompbox con cui tiene il tempo, dal delay che ogni tanto riecheggia sulle parole, dai testi semplici, dolci, diretti, veri. Dal disco non emerge la sua dote chitarristica davvero notevole. Così come, purtroppo, tutte quelle emozioni. Sei lì, in un panorama mozzafiato, di fronte a lui, tante, ma poche persone, e quindi sembra che guardi proprio te, che stia parlando con te. Pelle d’oca. La chicca: Teardrop dei Massive Attack ( che io ho conosciuto da Newton Faulkner), ancora più bella dell’originale. Qualche brano dei Junip, la sua vecchia band. E poi lei, la prima canzone che mi ha folgorato: Leaf Off. In una versione che all’inizio quasi non riconoscevo. Con pause dilatate, un riff martellante, Delay, psichedelia, ambient, e ti chiedi come un ragazzo da solo, con sei corde di nylon e una voce sottile possa essere tutto questo.

Torno a casa più ricco, ricco di bellezza, che solo la buona musica riesce a dare. Torno a casa pieno di “good vibes”. Torno a casa consapevole che oggi si pensa sia sempre più difficile trovare qualche artista veramente bravo, ma la realtà è che è sempre più difficile trovare qualcuno che abbia davvero qualcosa da dire. Che abbia un motivo per cui imbracciare lo strumento e sfogare le sue corde vocali.

Josè, come tanti altri, è nella nuova scena dai più chiamata indie folk, un nome importante, perché è un genere nel quale interi popoli si sono rispecchiati e ne hanno fatto i propri inni. E una cosa che adoro di loro è che non sono arcifamosi. E così spero rimangano. Appena dietro i più grandi riflettori, in modo che possano essere sempre loro stessi, così, semplici, diretti, e che comunichino ogni volta quell’insieme di emozioni da farti venire la pelle d’oca, che ti investano ogni singola volta con un’ondata di bellezza.

Non fermatevi. Comprate i loro dischi. Scopriteli, scovateli, trovateli, ascoltateli, divorateli. Crescete insieme a loro. In questo modo la bellezza non morirà mai. La buona musica, non morirà mai.

Jacopo Aneghini

 

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