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Uccidi I Tuoi Amici

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“E così arriviamo alla solita domanda: che tipo di musica ti piace? Qualcuno di tanto in tanto me la fa davvero. […] Ho gusti musicali variabili. «Eclettici», come dicono i musicisti mentecatti nelle interviste per sembrare intelligenti. A me non frega una beata mazza del genere musicale – rock, trance, hip-hop, heavy metal bulgaro – purché sia vendibile.”

Vi presento Steven Stelfox, rampante 27enne talent scout di una grossa casa discografica, nonché personaggio protagonista di Uccidi i Tuoi Amici, romanzo d’esordio dello scozzese John Niven, pubblicato per la prima volta nel 2008 ma edito solo ora in Italia da Einaudi.

Inghilterra, 1997. Il britpop e le boy band sono all’apice del loro successo e tutti sono alla ricerca delle nuove Spice Girls o dei nuovi Oasis. Nello spietato mondo cane-mangia-cane dell’industria discografica  il processo creativo viene controllato in ogni minimo particolare e alla fine della fiera conta solamente che il bilancio sia in attivo. E’ un mondo popolato da gente, anche quella più brava, che non sa realmente come fare il proprio lavoro e la cui carriera, costantemente in balìa dei gusti del Grande Pubblico, può venir costruita o distrutta alla prima occasione utile (magari in una riunione, “perfetta per indebolire, sminuire e umiliare il prossimo”). In questo scenario alimentato da invidia, droga, alcool e autocelebrazione opera Steven, che come tutti gli altri viaggia di convention in convention alla caccia della prossima hit, morfina necessaria per sopravvivere almeno per un paio di anni.

Steven è razzista, sessista, cinico, egoista, ossessionato dalla finanza, dalla violenza e dalla pornografia, che non becca un successo da un po’ ma che continua a vivere al di sopra delle sue possibilità giusto per mantenere le apparenze. E’ il tipico personaggio umanamente spregevole e disgustoso con cui non vorresti mai avere a che fare, ma al quale non rifiuteresti mai un invito a far serata perché lui sa come divertirsi, soprattutto se sei in vena di trasgressioni e hai un sacco di soldi a disposizione.

La sua visione del mondo è bieca e si estende al genere umano in toto, anche quello che in qualche modo potrebbe tornargli utile. Spara a zero su tutti e senza alcuna remora, spara sul pubblico (“La prima cosa che impari quando il tuo lavoro diventa vendere merda al Grande Pubblico è che non c’è davvero un fondo a quello che le persone possono ingoiare.”), sull’aspirante musicista che manda demo alla sua etichetta (un intero capitolo dedicato a delineare la possibile desolante parabola del malcapitato che termina con la chiosa: “Lascia perdere e basta. Mettiti a fare il contabile o il tecnico informatico o una roba del genere. Trovati un cazzo di lavoro, coglione.”), sul mondo della musica indipendente (“Con i tizi indie bisogna sempre ricordare questo: credono davvero che quello che fanno abbia una qualche rilevanza. Pensano che alla Storia fregherà qualcosa. Non ci arrivano che la Storia avrà ben altro di cui occuparsi.”) e, ovviamente, sui colleghi che, sarcasticamente rispetto a quanto dice il titolo, non sono suoi amici. Paradossalmente questo atteggiamento non lo porterà ad ottenere i risultati sperati, anzi lo farà scendere di posizione e quando la sua azienda andrà incontro a cambiamenti societari, il nostro anti-eroe dovrà trovare un modo, qualsiasi modo, per ritornare in cima alla classifica.

In senso lato si potrebbe dire che il romanzo è una gigantesca satira dell’industria musicale (in cui lo scrittore ha lavorato per dieci anni fino al 2002), speculare a quella del mondo dell’alta finanza descritta da Brett Easton Ellis nel suo cult American Psycho. Il linguaggio usato da Niven è, manco a dirlo, schietto e sboccato, intriso di dark humor e di opinioni politicamente scorrette. A differenza di Ellis, Niven si trattiene (non troppo) sulla violenza e abbonda in dialoghi intensi e in battute alle quali la tua coscienza dice di non dover ridere, con uno ritmo incessante e cinematografico, come un disco dei Prodigy ascoltato a volumi insopportabili, come un lupo di Wall Street dell’industria discografica.

Ciò che rende il libro un volume veramente interessante sono gli innumerevoli riferimenti al mondo musicale e alla cultura pop dell’epoca: ogni capitolo si apre con una citazione di discografici o artisti (micidiale quella di Elvis Presley: “Io non ci capisco niente di musica. Nel mio campo non ce n’è bisogno.”), ogni mese del ’97 si apre con una panoramica socio-musicale del periodo e ogni capitolo sciorina nomi di celebrità che affollavano la scena, da Damon Albarn a Robbie Williams. Vengono introdotti personaggi fittizi la cui carriera musicale ricorda vagamente quella dei corrispettivi viventi e vengono inserite opinioni e giudizi su artisti reali che in retrospettiva si sono rivelati completamente sbagliati, come la reazione di Steven a Paranoid Android dei Radiohead: “Sono finiti. Chi se la beve ‘sta merda?”.

Certo, direte voi, erano tempi diversi. L’industria discografica non era ancora stata rovinata dalla pirateria, lo scouting si faceva ai concerti e non in televisione, la musica si ascoltava su CD o su cassetta e non su Spotify o Youtube, i social network ancora non esistevano e c’era una diversa coscienza collettiva. Ma siete sicuri che sia cambiato veramente qualcosa? Perché quello che alla fine traspare è che in quell’ambiente non ci sia redenzione, non ci sia empatia, ci siano solo arrivismo, prevaricazione e pugnalate alle spalle.

Uccidi i Tuoi Amici è un romanzo dissacrante e irriverente, perfetto per gli amanti degli anni ’90 e di un linguaggio spinto e volgare. Se siete in cerca di una frase motivazionale, illuminante, che possa dare una svolta alle vostre esistenze, cercate altrove. Ma se c’è una morale, se così la vogliamo chiamare, che questo libro insegna è che il talento non serve a nulla se non hai l’ambizione, se non sai venderti, se non sei disposto a fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di ottenere quello che vuoi. E voi, cosa sareste disposti a fare?

 

Giacomo Scaglianti

 

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