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Jacopo Aneghini

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Tedeschi Trucks Band – Signs

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È uscito il 15 Febbraio 2019 Signs, il quarto lavoro in studio della band simbolo del soul e del Southern in generale, la Tedeschi Trucks Band. Pubblicato per la Fantasy Records/Concord, anch’esso è stato registrato a Swamp Raga, lo studio di registrazione di proprietà dei coniugi Trucks e Tedeschi nella loro casa di Jacksonville, Florida.
Da subito annunciato come un disco particolare perché rimanda i pensieri a periodi veramente difficili, ma superati in questi ultimi tempi. Infatti, durante l’inizio dei lavori per l’album, la grande famiglia della TTB è stata circondata da una serie di lutti decisamente importanti, che li hanno fortemente turbati: a partire dal decesso di Gregg Allman, nel giro di pochissimo tempo sono venuti a mancare lo zio di Derek, nonché batterista e co-fondatore dell’Allman Brothers Band, Butch Trucks e due musicisti simbolo ed ispirazione della band come Leon Russel e Col. Bruce Hampton. Insomma, iniziare a lavorare ad un disco quando tutti i pilastri attorno a te crollano non è affatto facile.
Ma la band, proprio come una grande famiglia, non si è fatta azzoppare dagli eventi, ma anzi, si è stretta intorno alla musica e sono riusciti a tirare fuori un album forse un po’ controverso, se paragonato ai loro precedenti lavori, ma che comunque, a parer mio, li conferma senza rivali nel panorama musicale mondiale.
Signs si conferma un disco importante, non subito facile al primo ascolto, ma che più lo si ascolta e più lo si conosce, lo si apprezza e ce ne si innamora. Un disco che continua ad essere bandiera di una tradizione e di una cultura musicale americana infinita: è un disco soul, ma che tiene alta la bandiera del Southern rock, trasuda blues e gli accenni ed i richiami all R’n’B e alla black music in generale sono tantissimi e mai banali.

Il disco si apre con Signs, High Times, un classico brano alla TTB, dove quel genio di Kofi Burbridge esegue un riff dal groove incredibile dal sapore molto funk al Clavinet, seguito poi dai due batteristi, J.J. Johnson e Tyler Greenwell, e il bassista Tim Lefevbre, che trascinano avanti il brano come un treno senza sosta. L’impeccabile Susan Tedeschi intreccia le sue melodie vocali con gli altri tre coristi della band, Mike Mattison (che assieme a Trucks e Kofi ha firmato i brani del disco), Mark River e Alecia Chakour. Ma la sezione fiati non è da meno: è infatti sempre pronta a rimarcare gli accenti e le melodie di tutto il brano, nella piena tradizione soul.

I’m Gonna Be There è la seconda traccia, ed è una ballatona molto R’n’B, dal groove incalzante e con uno splendido arrangiamento di archi firmato Kofi Burbridge a cullare tutto il crescendo del brano e le svisate slide di Derek, che mi ricorda molto uno di quei tappeti di archi á-la Marvin Gaye od Otis Redding.

Continua poi la parentesi introspettiva del disco con When Will I Begin. Una ballata magistrale, impegnata, che ad un primo ascolto mi ha anche un po’ deluso. Mi aspettavo un pieno disco soul sulle orme dei precedenti Let Me Get By e Made Up Mind, e non vi nego che questa frenata in apertura del disco mi ha spiazzato. Ma riascoltando più volte l’album, ho capito la grandezza di questi brani, l‘empatia con cui ti avvolgono e ti scaldano con il loro testo.

Walk Through This Life, comunque, riporta l’atmosfera ai classici dei dischi precedenti. Un brano che miscela alla perfezione il soul con l’R’n’B, con una parentesi centrale jammata (che non vedo l’ora di ascoltare dal vivo) che da sfogo delle abilità di Trucks su un groove di basso e (due) batteria semplice ma che ti rende impossibile rimanere immobile.

Strengthen What Remains è una dolce e sussurrata ballata di appena due minuti e mezzo, dove Kofi Burbridge abbellisce il tutto magistralmente con il suo flauto traverso.

Still Your Mind, invece è il brano secondo me simbolo dell’album. Perché, appunto, non è semplice per niente. Ad un primo ascolto ti può sembrare anonimo, come se mancasse di carattere. Ma ascoltandolo più a fondo se ne capisce a fondo il contenuto, e si riesce a farsi cullare dalla melodia di Susan e dall’arrangiamento denso di dinamica. E verso la fine del brano, quando la Tedeschi canta “Don’t let the darkness of the world enter your soul / You know the light of your stile is what makes me whole /  Still your mind and breathe”, beh, non vi nego che qualche brividino l’ho sentito pure io.

Hard Case è un meraviglioso brano puramente soul, come solo questa grandissima band è in grado di fare. Dove capisci quanto sia grande una band di 12 elementi, dove ognuno sta al suo posto, dove sembra che nessuno faccia niente, ma che insieme riescono a rendere un effetto incredibile, dove capisci che non hanno rivali.

Shame invece sembra un brano scartato da Revelator, il primo disco della band. Un brano dove ci fanno capire che le loro origini nel Southern rock non le hanno di certo abbandonate o dimenticate. Riff pieni e distorti si alternano a momenti più distesi in maniera impeccabile, per arrivare al finale dove il brano si dilata, dando spazio ad un gioco di dinamiche e di botta e risposta tra Derek e Susan, circondati dai cori e da giri di basso a dir poco magistrali di Lefevbre.

All The World è un’altra ballata introspettiva e delicata, dove riflettono sulla direzione negativa che sta prendendo il mondo, sicuramente influenzata dall’aspetto sociale negli Stati Uniti in questi due anni di governo Trump, e di quanto sia importante aprire i proprio cuori, come a spargere e donare amore laddove manchi.

They Don’t Shine è un altro capolavoro soul in pieno stile TTB, dove tutto è perfetto, al proprio posto, come a comporre un puzzle meraviglioso.

The Ending è una piccola chicca che chiude l’album, completamente acustica, dove la chitarra di Oliver Wood (guest in questa canzone) accompagna la dobro di Derek, sostenendo la melodia cantata da Susan. Non ho trovato dichiarazioni della band a riguardo, ma personalmente l’ho interpretata come un ultimo saluto a Col. Bruce Hampton, loro amico, idolo e mentore nonché fondatore degli Aquarium Rescue Unit, di recente scomparso. Ma comunque sia, sono riusciti ancora una volta a toccarmi e scaldarmi il cuoricino come solo loro riescono a fare.

Tirando un po’ le somme, Signs, questo quarto lavoro in studio della Tedeschi Trucks Band è un disco più difficile dei precedenti. Non mi sento di dire più maturo come per difenderlo, né tantomeno meno azzeccato per criticarlo, ma semplicemente diverso. Un disco nel quale si riescono a sentire le difficoltà che i membri della band, che alla fine altro non è che una grande famiglia, hanno passato negli ultimi periodi. Persino alla fine, dove hanno dovuto convivere con l’abbandono di Tim Lefevbre come bassista, già rimpiazzato da Brandon Boone, e, soprattutto, con la malattia di Kofi Burbridge. Kofi, che, purtroppo, è venuto a mancare proprio il 15 febbraio, giorno di uscita del disco. Una terribile perdita la sua, che col suo genio musicale ci ha regalato capolavori incredibili. Che per fortuna però, non verranno mai dimenticati.

Questo album l’ho sentito come una sorta di punto della situazione, come se la band si fosse fermata un attimo per guardare al passato e ripercorrere tutta la strada che hanno fatto fino a qui. E ci sono riusciti, alternando brani nel loro più classico stile, mescolando sapientemente soul, Southern e funk, a ballate più introspettive e riflessive, passando per sonorità leggermente insolite e inaspettate. È un disco che va ascoltato e riascoltato più volte, che va digerito, assaporato lentamente e capito, apprezzato. Sicuramente meno d’impatto dei precedenti, e si, forse alla fine meno grandioso, ma non per questo meno bello o importante. Ogni volta che me lo riascolto riesco ad assaporare sfumature nuove e dettagli che ad un primo ascolto non avevo notato, e questo mi spinge a riascoltarlo sempre di più per apprezzarlo fino in fondo.
Insomma, alla fine dei conti, per parlarci chiaro, nemmeno questa volta Derek, Susan e tutta la grande famiglia della Tedeschi Trucks Band (che coinvolge nel disco ospiti del calibro di Warren Haynes e Doyle Bramhall II) ci ha lasciati delusi.

 

Jacopo Aneghini

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