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Sperimentazione E Linguaggio Trasversale: Le Cifre Stilistiche Della Tower Jazz Composers Orchestra

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Un progetto che esplora gli orizzonti più distanti del mondo musicale, fondendo tra di loro le sonorità più diverse, con grande maestria e ricercatezza. Si presenta così la Tower Jazz Composers Orchestra, l’ensemble di 21 elementi residente al Torrione Jazz Club di Ferrara, ideata e diretta da Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone. L’organico di 21 elementi, che spazia da una ricca sezione fiati ad una corposa e solidissima ritmica, rende possibile una grandissima varietà sonora e diversità di arrangiamenti.

Questo progetto nasce come sintesi di due attività didattico-divulgative tenute qualche anno fa da Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone, intitolate “The Unreal Book” e “The Tower Jazz Workshop Orchestra”. “Molti dei musicisti che vi hanno partecipato ora suonano nell’orchestra, assieme ad altri musicisti con cui noi avevamo collaborato in altre occasioni. L’elemento richiesto per farne parte é stato possedere pratica di improvvisazione e conoscenza di quel linguaggio trasversale, interno a ciò che comunemente si chiama jazz… un po’ per comodità, perché è sempre stato difficile definirlo e a maggior ragione lo é oggi”, raccontano Piero e Alfonso.
“L’esperimento che si cerca di compiere é quello di allontanarsi, o comunque lavorare senza troppo pensare ai canoni classici della Big Band Jazzistica. Il tipo di scrittura e la scelta del repertorio è assolutamente libera, non è vincolata a quell’estetica: ci sono dei momenti spiccatamente cameristici, accompagnati da altri più progressivi e sezioni legate a certe esperienze della musica contemporanea tout court seguiti da momenti prettamente bandistici”, proseguono i due ideatori.

Questa é un’orchestra di compositori oltre che di improvvisatori, un ensemble i cui membri propongono loro composizioni e si divertono nell’ascoltare un intero organico che li riproduce.

Come avviene la proposta di un brano?

“Per il processo compositivo io vedo tre approcci possibili: arrangiare un brano non di propria composizione, arrangiare un proprio brano, comporre in funzione dell’orchestra. Tutti e tre questi approcci sono esplorati dalla nostra orchestra ma personalmente io prediligo l’ultimo: credo sia quello più interessante poiché consiste nello scrivere la partitura già con il pensiero orchestrale dentro, ovvero ispirarsi all’organico e pensare le note in funzione dell’orchestra e dei musicisti stessi” ci spiega Alfonso Santimone.

Il numero delle composizioni della Jazz Tower Composer Orchestra attualmente ammonta ad una trentina di brani.
Quale sarà il prossimo passo? Continuerete a “sfornare” nuove composizioni?

“Il numero di composizioni aumenterà inevitabilmente perché tutti desiderano mettersi alla prova. Addirittura si contano in misura minore i membri che ancora non hanno mai proposto loro composizioni o arrangiamenti, degli altri. Ci sono stati brani che sono stati eseguiti, anche colpevolmente da parte nostra, meno frequentemente di altri, quindi li riprenderemo” afferma Piero.
La maggior difficoltà, a livello di repertorio, è quella di dare una sintesi non tanto di linguaggio ma di suono, di rendere coerenti tra di loro le diverse espressività delle tante anime dell’orchestra” continua Alfonso.
A volte è capitato di dover escludere brani che suonavano bene, avevano un bell’arrangiamento ma non si inserivano in modo coerente all’interno di una scaletta” ribadisce Piero.
“Infatti” interviene Alfonso “il lavoro di direzione dell’orchestra non è solo quello materialmente di condurla dal punto di vista della lettura della partitura d’orchestra (cosa che non soltanto noi due svolgiamo, ma vi si cimentano anche altri componenti dell’orchestra), é anche una direzione musicale: capire come costruire il percorso e unire i vari dettagli. L’orchestrazione è un’arte difficilissima e nonostante si possa irrigidire in stilemi e schemi che gli avi hanno dimostrato funzionare, comunque non bisogna mai dimenticarsi che Gil Evans, che é stato uno dei più grandi arrangiatori della storia del jazz (e non solo del jazz), teneva la matita sempre con sé, per correggere ad ogni prova e ad ogni concerto anche la più piccola cosa che non andava”.
Quello che succede infatti è che, preparato un arrangiamento che sospetti possa funzionare nella migliore delle ipotesi, durante la prova ne devi svolgere la concertazione: aggiustarne le dinamiche, i timbri strumentali, l’impasto sonoro, controllare che le articolazioni funzionino e che le dinamiche escano nel modo giusto. Oltre a questo il direttore deve anche interpretare di volta in volta la partitura in base al contesto, la sala in cui si trova, i musicisti con cui suoni e l’organico a disposizione”.

Visto in quest’ottica anche il fallimento può risultare produttivo. “Un improvvisatore, ma più in generale un musicista, un autore, un compositore ed un ensemble di musicisti devono accettare una percentuale di fallimento. Un esito negativo contiene di per sé varianti interessanti. Quando una cosa fallisce prende direzioni inaspettate e può essere foriera di cose interessanti, a cui pensi la volta successiva per lavorarci sopra. Il fallimento è essenziale. Non esiste musica interessante, dal mio punto di vista, se non accetta un certo quantitativo di rischio. Altrimenti diventa un esercizio di stile, che per me non ha a che fare con l’emozione che cerco dalla musica”.

Quali difficoltà avete incontrato lavorando con un organico esteso come questo?

“Dal punto di vista fisico é molto faticoso perché ci è capitato sempre di provare lo stesso giorno del concerto. Lo sforzo energetico é notevole: arriviamo sempre a un’ora prima del concerto cotti, di conseguenza è difficile tenere alto il livello di tensione, concentrazione e l’energia della prima ora di prove. La voglia, però, non ci é mai calata. C’é grande entusiasmo di proseguire quest’attività e questo ci sprona molto. Inoltre non ci sono molte orchestre nelle città emiliane e nelle regioni limitrofe, quindi speriamo che quest’esperienza sia anche uno stimolo” ci racconta Piero.

Un altro aspetto positivo dal punto di vista motivazionale è che tutti i componenti contribuiscono al repertorio dell’orchestra proponendo le proprie composizioni” prosegue Alfonso. “Si chiama, infatti, Composers Orchestra perché è un’orchestra di compositori oltre che di improvvisatori. Il pregio è che è tutta gente che esplora, a vari livelli e attitudini e con diversità di approccio, l’idea della scrittura orchestrale, legata a questo tipo di formazione, che seppur non preveda archi raccoglie diversi polistrumentisti. Per un compositore è uno stimolo enorme, perché ha a disposizione un organico di musicisti di questo valore e improvvisatori capaci di calarsi in un’ottica più che creativa nel confrontarsi con una partitura. Non capita tutti i giorni ”.

Totale libertà nelle proposte di inediti, grande spazio all’improvvisazione, attenta cura degli arrangiamenti, largo impiego della tecnica della conduction, stile estremamente moderno, massima resa sonora e alto livello di energia sprigionata ad ogni live. Stiamo parlando di un ensemble che raramente si riesce a vedere all’opera.

 

Roberto Morandi

Ph. Giorgio Bianchi ©

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