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Raffaele Cirillo

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Recensione Symphonia In Blues Paolo Bertelli

Recensione Symphonia In Blues Paolo Bertelli

Raffaele Cirillo

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Viviamo in un mondo dove ascoltare musica è diventato più difficile perché le nostre orecchie sono ormai state saturate da canzoni che ci vengono somministrate a dosi eccessive in ogni dove.
Ne siamo talmente bombardati che abbiamo perso la capacità di ascoltare.
L’attenzione è scesa come i minuti delle canzoni.
Insieme a questo, i brani hanno subito un impoverimento musicale e una perdita di significato profondo.
Fondamentali, in questa riduzione della musica come sottofondo della propria vita, sono state piattaforme streaming quale Spotify che ha reso fruibile la musica  24/7 facilitando l’utilizzo dei brani come inibitori dei pensieri che affollano la nostra mente.

Una sfida di attenzione è stata lanciata da Paolo Bertelli con il suo ultimo disco Symphonia in Blues.
Un disco di avanguardia, raro nella produzione discografica italiana, che vuole mettere in risalto la difficoltà che ha la musica di farsi ascoltare veramente senza distrazioni in un mondo dominato dal rumore.

La struttura del disco non è convenzionale e rievoca i vecchi concept album nei quali ogni singola canzone rappresentava l’evolversi di un’unica storia.
La trama si articola in 4 movimenti.

“ The Blues was his own personal insurance” ci fa trovare in mezzo al rumore del traffico da dove inizia a farsi strada un suono di chitarra dissonante.
Una passeggiata triste e introspettiva che ci accompagna fino alle porte di un rifugio accogliente simboleggiato da un energico blues che tenta di farsi ascoltare.
Un tentativo che viene subito stroncato da percussioni che seguono un ritmo casuale e che ammutoliscono l’armonica di Paolo Bertelli, ultimo strumento superstite della band.

Entriamo quindi in “ Life Itself as a global conspiracy against The Blues” dove alle percussioni si aggiungono un brusio di voci e suoni gutturali, che rimandano alle canzoni distopiche dei Pink Floyd, a simboleggiare il caos disattento prodotto dalle persone intente nelle loro frenetiche vite.
Ma Paolo non demorde e continua a provarci suscitando ilarità tra le persone che continuano a non capire la battaglia.
Ad un tratto, un urlo interrompe le risate e un’esplosione pone fine al cabaret che le persone stavano facendo della musica.

Parte così “ Ambush e Hiding”, terzo movimento che inaugura una sezione nella quale prevarranno i rumori e la musica andrà in secondo piano.
Ha inizio una fuga dalla polizia che si protrae fino nelle profondità della metropolitana che danno all’inseguimento un’atmosfera ansiogena e paranoica sottolineata dal respiro affannoso del fuggitivo.
C’è da chiedersi perché questa fuga è avvenuta. E una risposta potrebbe essere che la musica nella grande città è stata bandita e vietata rendendo impossibile per il protagonista il continuare la propria vita nella metropoli.
Gli echi dei vecchi blues si fanno spazio nella mente del protagonista e, durante il viaggio, inizia a immaginare la destinazione futura come la terra promessa in cui far fiorire dall’asfalto il lato blue dell’anima. Inizia così “The Old Bluesman’s Dream”.

Un disco che va ascoltato con attenzione nella sua non lunga durata che con forza riesce a raccontare una storia creando un vero e proprio film nelle nostre menti, un vero e proprio cortometraggio musicale. Buon ascolto!   

  

Musica di Paolo Bertelli e Stefano Droghetti

© 2017 Creative Commons BY-NC

Artwork di Stefano Droghetti

© 2017 Creative Commons BY-NC

Armonica a bocca: Paolo Bertelli
Chitarra: Enrico Testi
Tastiere: Stefano Droghetti e Paolo Bertelli

Il pezzo blues è suonato da:

Paolo Bertelli (armonica)
Enrico Testi (chitarra)
Enrico Trevisani (basso)
Ferdinando Tampieri (batteria)

 

Raffaele Cirillo, Vittorio Formignani

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