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Vittorio Formignani

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Recensione “Chanson Boiteuses”

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Se ogni disco ha lo scopo di portare l’ascoltatore in un mondo alternativo a quello visibile o, in questo caso, udibile, allora quale potrebbe essere il più adatto alla Ferrara invernale dominata dalla nebbia se non quello dei QuaisdesBrumes, letteralmente, “Il porto delle nebbie”?

Probabilmente mettendola così nessuno ma, a differenza della desolazione che c’è di sera a Ferrara nel periodo più freddo dell’anno, i brani di Chanson Boiteuses riempiono quel vuoto e, anzi, cercano e si rifanno ad un’interpretazione della nebbia geograficamente distante da quella ferrarese.Infatti, come aiuta ad intendere l’atmosfera jazz del disco rivisitata nelle sue varie sfaccettature, Chanson Boieteuses si rifà a quella fumosa e magica Parigi degli anni ’30 presente nell’immaginario comune e resa immortale dalle note di Django Reinhardt. Perciò, è chiaro che all’interno di questo mondo la nebbia assuma un altro significato andando ad aumentare se non ad essere la principale fautrice del mistero e della magia di questa mitica Parigi.Tuttavia, ora una domanda sorge più che naturale: da dove proviene questa magia che pervade gli anni 30’ parigini?

Per fortuna, per rispondere a questa domanda ci vengono in aiuto molti elementi.Il primo sta già nel nome che questo trio di musicisti si è dato: QuaidesBrumes, Il porto delle nebbie.Ora, abbiamo capito cosa sta a significare la nebbia ma la chiave vera sta nel porto inteso come luogo d’attracco in cui hanno modo di incontrarsi e scontrarsi miriadi di viaggiatori ogni giorno, ognuno con la sua personale esperienza.Perché Parigi non era altro che questo negli anni ’30: un porto in cui andavano a confluire svariatissime e coloratissime culture.E lo testimoniano i brani presenti nel disco dove non si vanno solo a mescolare le sfumature del jazz di Sidney Bechet (“PetiteFleur”, “Si tu vois ma mère”) con la canzone dei chansonniers (Charles Trenet, Léo Ferré, Georges Brassens, SergeGainsbourg) e con il jazz “manouche” (“Songe d’automne”, “FlambéeMontalbanaise” ) ma anche i vari linguaggi e lingue (Nunn, o pani naschella).Ma i Quais des Brumes non si limitano a fornire il panorama musicale degli anni ‘30 parigini tramite i brani che riecheggiavano nelle strade della capitale francese, ne vogliono far parte e intrattenere un discorso con i musicisti di quel tempo attraccando anche loro al “Porto delle Nebbie”. E questa conversazione viene animata proprio dai tre brani inediti dell’album, uno per ogni componente dei Quais des brumes che vogliono così farci capire che, sebbene gli anni ’30 siano passati, tutti possono ancora attraccare a quel porto mitico e alimentarne la magia con le proprie esperienze di vita.

Infatti, hanno un qualcosa di molto personale i brani inediti di Tolga During ( “Waltz for my father”), Roberto Bartoli ( “Berceuse por maman”) e Federico Benedetti (“Chanson Boieteuses”) poiché vanno ad aggiungere sfumature che sono presenti esclusivamente nel loro bagaglio di vita.

Perciò qual è il mondo di Chanson Boieteuses?

Un mondo realmente esistito che è ancora presente nella memoria comune e di cui si ricorda, ancora in modo nostalgico, l’incredibile fusione culturale tanto da ritenerlo quasi un universo a sé stante se non fantastico. Esattamente come quella Parigi culla di grandi musicisti come Django Reinhardt e anche di conquiste sociali per i lavoratori di cui racconta il film Quais des Brumes di M. Carnè e J. Prévert da cui il gruppo prende il nome .

In conclusione, Chanson Boieteuses è il disco perfetto sia per gli appassionati del genere sia per chi volesse avvicinarsi a questo mondo magico dato l’affascinate suono del jazz manouche e la brevità dei brani che vanno incontro ad un ascoltatore non avvezzo alle sonorità tipicamente jazzistiche.

Vittorio Formignani

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