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Night and Blues: Un pozzo, un viaggio, un omaggio

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Un cortile, un pozzo, un’imponente ma elegante successione di tasti bianchi e neri, una sontuosa batteria, due bassi, una manciata di chitarre con uno o due manici, un’arpa, un flauto, due microfoni. E’ un caldo venerdì ventun luglio, l’atmosfera è rilassata ma al contempo colma di aspettativa, nel cortile risuona il chiacchiericcio ovattato del pubblico curioso; la sera cala un manto di tranquillità sul rione, le luci si accendono.

Prendono parola Lauro Luppi e Gabriele Mantovani, organizzatori della rassegna. Raccontano col cuore le loro esperienze con quel genere musicale tanto raro, ricercato e complesso, che li accompagna nella vita sin da quando erano ragazzini, il progressive. Scherzano: il gruppo che sta per esibirsi ha nel proprio repertorio brani che arrivano a durare addirittura quindici minuti. Non è una rarità, in questa realtà musicale odierna di brani dalla durata ben più moderata? Gabriele e Lauro strappano un applauso sincero al pubblico, conquistando tutti i nostalgici come loro. Alle loro spalle, gli strumenti orfani: uno schema ordinato di legni, plastiche e metalli pronto a prendere vita. Sale il gruppo, un componente alla volta. Cresce l’aspettativa, la curiosità non è mai stata così intensa. Brani di quindici minuti, canzoni rare e ricercate, musiche complesse…

Cos’è il progressive? Ambra Bianchi, musicista eclettica e presentatrice, ce lo spiega con un cappello introduttivo: “Questa sera siamo qui per condividere con voi una musica appassionata, una magia rarefatta, una creazione senza tempo e senza spazio, un credo dimenticato, un amore ritrovato. L’hanno chiamato in tanti modi: rock romantico, rock barocco, rock sinfonico, classic rock, art rock. Tutti termini fuorvianti, in parte ridicoli, inesatti, non esaustivi. Tutti comunque riportano alla memoria quelle sonorità ricercate e alchemiche denominate Progressive e che definiscono questo genere musicale che ha avuto il suo apogeo nella prima metà degli anni 70. Forse però le cose non sono così chiare. Cos’è che definisce il perimetro stilistico ed estetico del progressive? Vediamo di definire alcuni punti. – Il rifiuto della “forma canzone”, nella rigidità strutturale della strofa e ritornello; – La creazione di pezzi molto lunghi, anche suddivisi in sottosezioni, con l’alternarsi nello stesso brano di situazioni musicali molto diverse, simile al concetto sinfonico; – L’utilizzo di strumentazioni molto allargate oltre il triangolo chitarra-basso-batteria, con un utilizzo massiccio di tastiere (in particolare due strumenti leggendari come l’organo hammond e il mellotron), vero “marchio di fabbrica” per moltissimi gruppi progressive, ma anche di strumenti a fiato e a volte intere sezioni d’archi o orchestre; – Arrangiamenti molto ricchi e ridondanti, spesso con toni celebrativi e epici e un approccio strumentale virtuosistico; – L’uso di ritmi complessi e melodie articolate con marcato sfruttamento di situazioni armoniche mutuate dalla musica classica (sia barocca che romantica), ma spesso anche dal jazz, con il superamento parziale delle radici blues fino ad allora imprescindibili nel rock; – L’uso di testi profondi, grafica e diremo in generale di un “look”, tendente al metaforico, criptico, fantastico; Riassumendo, si è andati ben oltre il mettere una melodia sopra a un giro di accordi e trascinando il tutto con un ritmo invariato che marca il tempo: i pezzi prog non si possono suonare con due chitarre sulla spiaggia, “comunicano” ad un livello meno epidermico e quindi di più difficile assorbimento. Forse anche per questo l’epoca d’oro del prog e dei suoi gruppi fondamentali è durata così poco (circa un lustro, dal ‘69 al ‘73). Questo genere, pur avendo profonde radici Oltremanica, ha trovato in Italia gruppi di musicisti dalla creatività e bravura straordinari, come gli Area, le Orme, New Trolls che hanno dato vita ad autentici capolavori! E come il Banco del Mutuo Soccorso, definiti dalla critica e dal pubblico il gruppo più colto e ricercato, il meno spettacolare ma il più intenso….. Proprio alla loro musica abbiamo dedicato questa serata”.

Nulla è più chiaro di così. Si comincia. Tempo un minuto (lasso di tempo canonico che serve a musicisti e fonici per entrare in sintonia con l’ambiente e il pubblico), e senza accorgercene ci troviamo catapultati in un’altra linea temporale. Le lancette, veloci, hanno girato al contrario. Tastiere dai suoni poderosi e inusuali, ritmi complessi, armonie ricercate e tempi non convenzionali… Tutto rimanda all’epoca d’oro della musica progressive. Quando attacca la voce, che trasforma in musica parole dalla nostra stessa lingua, ci rendiamo conto di non esserci nemmeno spostati dall’Italia: siamo solo tornati indietro di quattro decenni. Pur non avendo tutti vissuto l’esperienza dei due organizzatori, iniziamo a sentire familiarità con le loro parole di presentazione. Premiata Forneria Marconi, Goblin, New Trolls, Le Orme, Area, Biglietto per l’Inferno e il Banco del Mutuo Soccorso sono alcuni dei gruppi italiani che hanno cavalcato l’onda carica di progresso proveniente dall’Inghilterra e da oltreoceano (Genesis, Jethro Tull, King Crimson, Gentle Giant, Yes, Pink Floyd, Emerson Lake & Palmer, Rush, Kansas…). I Limite Acque Sicure sulla carta vengono presentati come un tributo al Banco del Mutuo Soccorso, ma la loro vera essenza è un’altra: una band di musicisti eccelsi che, sì, interpreta brani del Banco, ma che incarna anche un po’ lo spirito di ognuno dei gruppi citati in precedenza. Hanno una personale identità. L’armonia del Banco del Mutuo Soccorso, anzi dei Limite Acque Sicure, è magistrale; Antonello Giovannelli riesce perfettamente nel ricreare le giuste atmosfere (spesso si sentono più di due suoni di tastiera e viene da chiedersi se non nasconda un terzo braccio da qualche parte), ed è sostenuto da una sezione ritmica granitica. Non mi riferisco solamente agli impeccabili Paolo Bolognesi (batteria) e Francesco Gigante (basso elettrico), ma a tutta la band al completo: Ambra Bianchi (Flauto, voce e arpa; sempre elegante ed appropriata), Luca Trabanelli (chitarre elettriche ed acustiche; preciso, pulito e coinvolgente) e Andrea Chendi (voce; capace di rendere giustizia al compianto Di Giacomo); ogni singolo strumento è un mattone fondamentale nella complessa struttura della sezione ritmica di una band.

Lo spettacolo offerto non è affatto un mero esercizio di tecnica (alcune persone tendono ad associare il progressive alla tecnica pura, magari ispirate dal livello estremo al quale la musica è stata portata da certi gruppi internazionali, soprattutto nell’ambito del prog metal), è tutt’altro: c’è anima, passione, cuore e persino cultura. Cultura, sì: il progressive, forse per via della sua natura scevra da ogni vincolo (come il jazz e la musica classica), o forse per i testi particolarmente impegnati, è il genere musicale che più si avvicina alla letteratura. Il progressive è un viaggio nell’universo: sai bene da dove parti, ma i lidi che andrai ad esplorare non li hai mai visti e non sai nemmeno dove andrai a finire, quali leggi regolano i mondi di contorno, se quando tornerai sarai lo stesso di prima e soprattutto non hai idea di come sia fatto il mezzo su cui stai viaggiando. Sembra tutto molto strano? Psichedelico? Non è un caso: il prog deriva proprio dal rock psichedelico. Ma torniamo al Rione Santo Spirito e alla meravigliosa serata che il gruppo ci sta regalando. Anzi, che ci ha regalato: mentre viaggiavamo trasportati dalla musica, non ci siamo resi conto che il concerto stava volgendo al termine.

Particolarmente ispirate sono state le interpretazioni de: “Il Canto di Primavera”, un meraviglioso e memorabile inno alla primavera che arriva all’improvviso, come il mare, senza farti sapere mai da dove, “Non Mi Rompete”, melodia e poesia, un crescendo con tinte popolari e felici, “Il Giardino del Mago”, il tanto preannunciato brano di circa quindici minuti che però è andato giù liscio come l’olio, quasi bloccando il tempo, e “R.I.P.”, la chiusura prima del bis, il brano forse più ispirato del Banco, dove c’è stato spazio per un assolo di batteria, ben strutturato e ben eseguito). Un applauso speciale va fatto due volte ad Ambra Bianchi, impeccabile musicista ed appassionante narratrice, che ha introdotto ogni brano con la lettura di passi scritti dalla band. La serata ha avuto davvero di tutto: dalle meravigliose introduzioni fino agli assoli di ogni strumento, passando per commenti sempre azzeccati sia cantati che suonati, ed è rimasta sempre avvolta in un’atmosfera distesa e ispirata. Ci ha lasciati contenti e arricchiti: il prog non fallisce mai nell’arricchire, specialmente quand’è suonato bene.

Stefano Guarisco

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