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New York Gipsy All Stars: Un Mosaico Sonoro Di Internazionalità, Divertimento E Culture Lontane

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La musica è un linguaggio universale dall’essenza cangiante, una goccia d’acqua che diviene un fiocco di neve, una foglia che si stacca dal ramo e finisce per diventare polvere. Molteplici sono i suoi dialetti e infinite le possibilità che ha di ammaliarci. Può essere  anche il disegno di una bella serata, come quello che potete ammirare in questo articolo, nato dalle mani di Silvia Cariani, bravissima cantante e illustratrice ormai di fiducia del Torrione (non perdetevi la sua intervista che uscirà a breve!).
Non è detto che i disegni debbano essere per forza impressi sulla carta: la musica può rendere la nostra mente una tela pronta ad accogliere le mille sfumature del suono; la tavolozza sono gli strumenti, i colori i concertisti.

Diversi sono stati i colori che abbiamo ascoltato: cinque musicisti che hanno portato nella culla del jazz ferrarese una miscela di culture e sonorità provenienti da tutto il mondo. Quest’unione ha un nome: New York Gipsy All Stars e arriva direttamente dalla Grande Mela.

E’ stata una serata decisamente particolare:  il gruppo ha dato vita ad un concerto che ha avuto ben poco da spartire con il jazz, un mix esplosivo tra ritmiche moderne, funky, hip hop e jungle, e sonorità tradizionali armene, balcaniche, mediorientali e indiane. Si trattava di sfumature estremamente ipnotiche ed estranee al nostro viziato orecchio occidentale, anche se a tratti ricordavano gli Area.

I temi, efficaci e cantabili, erano spesso suonati all’unisono dal clarinetto, dal basso e dal kanun. Quest’ultimo è stato il dettaglio più curioso dello spettacolo: con la sua atipica forma trapezoidale e le sue notevoli settantotto corde, produceva suoni avvolgenti e tipicamente arabeggianti. I momenti di improvvisazione erano ben diluiti e finemente accompagnati, e gli scorci vocali, sporadici nel contesto, recavano tutta la potenza della cultura che rappresentavano: melismi mediorientali, konnakol indiani o veri e propri unisoni col basso ci hanno rapiti e portati nella terre delle Mille e una Notte.

Il viaggio è stato lungo e intenso: in alcuni momenti prendevamo parte a feste nei villaggi sperduti della Grecia, con le tipiche casette bianche e blu, in altri attraversavamo il deserto, spostandoci di oasi in oasi e ballando con le odalische.

Sul palco c’erano molto divertimento e un’intesa eccezionale: gli strumenti, nei finali incalzanti e intricati, si spegnevano tutti nello stesso istante, senza la minima sbavatura. Il clarinettista (Ismail Lumanovski) aveva un sorriso contagioso, sembrava che il suo strumento parlasse e ridesse con lui. Il bassista (Panagiotis Andreou) ballava suonando e dava un gran nervo al gruppo, il batterista (Engin Gunaydin) aveva un drumming moderno, appropriato e vigoroso, le mani del suonatore del Kanun (Tamer Pinarbasi) guizzavano frenetiche tra le infinite corde dello strumento, mentre il pianista (Marius van den Brink) accentuava l’armonia degli scambi ritmici e melodici dei suoi compagni d’avventura. Era impressionante il fatto che riuscissero a rendere estremamente fluidi e naturali strutture complesse e tempi inusuali, entrambe caratteristiche comuni nella musica dei territori da cui hanno tratto ispirazione.

Serate del genere danno alla musica le sembianze di un puzzle completato, un’immagine unica e compatta che si viene a creare grazie all’unione dei vari frammenti, frammenti di mondi e culture lontane, incastrati finemente e armonicamente tra loro.

Francesca Marchetti, Stefano Guarisco.
Illustrazione: Silvia Cariani

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