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Vittorio Formignani

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Motta All’Estragon: Vivere O Morire Di Indie

Motta All’Estragon: Vivere O Morire Di Indie

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Ieri finito di lavorare è passato a prendermi il mio bassista dicendomi che aveva una sorpresa per me. In realtà me l’aveva già anticipata ma io, per non rovinare la magia del momento, non ho voluto indagare. Immaginavo fosse un concerto, ma credevo di una band underground inglese.
Lo stupore e la carica sono arrivati a mille quando, giunti a Bologna, abbiamo parcheggiato all’Estragon e, testimone la fidanzata del mio bassista sono rimasto senza fiato…
era il concerto di Motta!

Era uno dei miei desideri nascosti andarlo a vedere e questo regalo di compleanno anticipato o posticipato mi ha reso di nuovo bambino.

Passando sopra il fatto che non stavo affatto bene e avevo dormito 4 ore mi sono fatto forza e sono entrato.  Sono durato fino a prima del bis poi mi sono accasciato sconfitto dal mio corpo.

Ma passiamo al concerto.

È stato ossessivo specie i pezzi dell’album precedente tutti rivisitati in modo tale che risultassero maniacali dalle vibrazioni di basso alle scelte di synth fino alla voce a volte strozzata di Motta.
Ossessivo come quei pensieri che non ti lasciano più e ti si attaccano addosso e non ti riesci a scrollare via.

Sono i pensieri della generazione della fine dei vent’anni e inizio trenta.
I dubbi, i rimpianti, i testi oscuri e taglienti che caratterizzano il primo album e vanno a delineare le sensazioni e le esperienze prima dei trenta, nel secondo sembrano lasciare il passo al cullarsi nei ricordi o nella dolce sensazione delle seconde occasioni che la vita ci dà. Tra il godersi il momento e lo sguardo al passato e al futuro, Motta fa fluire nelle canzoni tutte le incertezze dei nuovi trentenni non più ragazzi ma adulti.

Io ho 23 anni e già la mia generazione dei primi 20 anni si riconosce nei suoi testi. Ma, a differenza dell’Indie più smielato e romantico che si camuffa nelle delusioni d’amore, Motta si occupa delle sconfitte non solo amorose ma quelle della vita soffermandosi spesso su dilemmi amletici e filosofici.

O anche sulle domande più semplici: quelle che abbiamo più paura di farci.

Perciò dopo la carica catartica di “Ed è quasi come essere felice” si sono avvicendate le due facce di Motta: nuove opportunità e il passato perduto.
Dai ricordi resi ormai sociopatici da una versione live distorta di “Roma Stasera” fino a una più  felicemente rassegnata “Se continuiamo a correre”, Motta ne esce dicendo “Abbiamo vinto un’altra guerra” ,“Prima o poi ci passerà”.
Riassume il tutto ne ‘La fine dei vent’anni” portatrice di questo travaglio che rappresentano quegli anni di passaggio.

Mentre già con “Sei bella davvero” come atmosfere ci stiamo incamminando verso “Vivere o morire”, il limbo dei trent’anni trasforma tutto ne “La prima volta” in cui non si sa da dove cominciare ma ci fa rendere conto che spesso, anche se le premesse sono diverse, il risultato finale non cambia (“Per amore e basta”).

E con “Fango” dei Criminal Jokers, gruppo antecedente al progetto solista di Motta, che va a rivangare nel passato e “La nostra ultima canzone” ci si appresta a intraprendere il viaggio nelle seconde occasioni e a chiudere un capitolo.

Questa non vuole definirsi né una recensione al concerto né tanto meno agli album, ma anzi si colloca nel tentativo di esprimere quello che mi trasmette e condivido con Motta e del perché ora ha tanto seguito.

È un messaggero della gioventù italiana che sembra già sconfitta in partenza, rassegnata e dubbiosa di ogni passo.
Motta propone la sua via cercando di andare sempre avanti proprio come ha detto durante il concerto : “A me non importa invecchiare anzi mi piacerà. E se da vecchio mi dovessi comportare da giovane, sparatemi!”.

Per chi ha l’animo sensibile ed è un fan sfegatato di indie italiano si consiglia di interrompere qui la lettura.

Per quanto si cerchi di definire Motta e la nuova ondata italiana di Indie di questo periodo, non si riesce a delinearne bene i contorni.
Parlandone con il direttore di Wah Wah Magazine è venuta fuori  però un’interessante supposizione.
Sembra che questa musica parli in generale a quella grande cerchia di giovani italiani mai contenti e insoddisfatti della propria vita la cui soddisfazione deriva dal fatto di sapere che c’è gente che sta male come loro e, tuttavia, non fa niente per migliorare la situazione.
Per questo motivo, molti si riconoscono nei testi di Motta e dell’Indie in generale.
Motta, però, a differenza dei suoi ascoltatori è arrivato a fare quello che gli piace: suonare!

A quanto pare sembra di trovarsi di fronte ad una nuova ondata Emo in veste italiana dove l’autolesionismo fisico si è trasformato in auto-sabotamento psicologico e il grido d’aiuto dell’Emo anni 2000 si è spento in un apatico e inconcludente lamento spesso indirizzato non a reali problemi ma piuttosto alla recente rottura con la fidanzata di turno.

Scomparse le chiome piastrate, i capelli sugli occhi e il pesante trucco, si è rimasti invece su un abbigliamento spento e tendente al nero unito alla moda sessantottina. Rimasti anche i testi depressi lo si è unito al romanticismo e al cantautorato italiano. Un connubio che ispira alla nullafacenza e allo sviluppo dell’abilità di sapersi far passare sopra qualsiasi cosa senza minimamente cambiare o mettersi in discussione.

Questa seconda parte era per dire che, come l’emo, il nuovo indie se non si sa come prenderlo può risultare una trappola psicologica da cui è difficile poi uscire. Perché nulla come la musica che ascoltiamo ci può influenzare e portare in certe direzioni.
Perciò il consiglio è sempre lo stesso: ascoltate sempre più musica diversa!

 

Vittorio Formignani

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