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Vittorio Formignani

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La Dirty Hit Records: Un Nuovo Movimento Musicale? pt.2

La Dirty Hit Records: Un Nuovo Movimento Musicale? pt.2

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Inizialmente non mi piacevano i 1975.
Credevo fossero destinati all’oblio.
Sembravano la tipica boy band da one-hit-wonder che poteva piacere solo a ragazzine abbagliate dalla loro “bellezza” e dai testi molto ruffiani.

Questa è l’impressione che mi hanno dato nel 2013 quando, durante la rotazione di MTV, ho visto il video musicale del loro brano Girls che li ha portati all’orecchio del grande pubblico.
Mi sono detto: “Basta con questi gruppi Indie fissati col bianco e nero e testi commerciali. Da quando, nel 2012, sono arrivati i Lumineers, che hanno lanciato l’Indie Folk con “Ho Hey”, tutti si definiscono Indie indipendentemente dal genere”.

Poi, nel 2015, mi capitò di sentire Robbers, Chocolate e Love Me (singolo di anteprima del secondo album) e rimasi stregato dalla voce di Matthew Healy e dalla capacità della band non solo di umanizzare l’elettronica, ma anche, tramite testi brillanti e pregni di esperienza, di farsi ambasciatori di una generazione.

The Ballad of Me and My Brain, Anobrain, Talk e A Change of Heart (e tanti altri brani) cementificarono la mia passione per i 1975 e, mentre ascoltavo la loro evoluzione da primo a secondo album, anche io crescevo con loro.
Stavamo facendo un percorso.

Nel 2017, comprato il secondo disco dei 1975 per cui ormai stravedevo, mi sono imbattuto nei brani Television Romance e There’s a Honey delle Pale Waves.

La reazione è stata: “Questo era il gruppo di cui avevo bisogno!”
La prima cosa che salta all’occhio di questo gruppo è il genere pop mixato con la presentazione Goth della cantante Heather Baron Gracie e della batterista Ciara Doran.
Dal punto di vista musicale sembrano una controparte dei 1975 dato che le atmosfere, le linee di basso e i suoni di chitarra risultano essere una continuità tra i due gruppi.
Anche i testi dell’album My Mind Makes Noises, sebbene con alcune tematiche mancanti rispetto ai 1975, hanno molti punti in comune.
Questa potrebbe essere considerata una debolezza e una mancanza di originalità, ma io ci ho visto qualcosa di diverso.
Ho visto la possibilità di affrontare le stesse tematiche ed esperienze dal punto di vista di una ragazza, avendo così una panoramica a 360 gradi della stessa situazione.

La stessa opportunità di visione a tutto tondo l’ho avuta quando ho scoperto che entrambe le band appartenevano alla stessa casa discografica.
Ho potuto notare che tutto aveva una ragione che è, poi, quella detta nella prima parte di questo articolo.
La casa discografica dei due gruppi menzionati, la Dirty Hit Records, creando linearità sonore e  una sorta di comunione di intenti stava offrendo un’alternativa di visione nel mondo della musica: non individualistica, bensì corale.

Questo intento fu ancora più chiaro quando per caso a fine 2018 ho notato che un gruppo, che già conoscevo grazie a un brano garage, i King Nun, erano entrati a far parte della Dirty Hit.
Subito avvertii il cambio di sonorità e tematiche.
La chitarra era uguale ai 1975 e i testi molto più radicati in tematiche attuali.
Sentite voi la differenza.

Prima:

E dopo l’ingaggio alla Dirt Hit: 

Oltre a loro ho scoperto che anche Wolf Alice di cui avevo sentito Don’t Delete the Kisses e The Japanese House di cui mi ero innamorato grazie al brano Still ( e che tra l’altro ha visto la partecipazione nella produzione dei 1975), facevano parte della Dirty Hit.

Come già detto nella prima parte, andando a confrontare anche solo le canzoni appena citate, c’è una sorta di linearità anche nelle tematiche: spesso si concentrano sulle relazioni, anche amorose, e sulla loro crisi causata dall’avvento delle nuove tecnologie.

La strada si fece ancora più chiara quando il 30 Novembre 2018 uscì A Brief Inquiry on Online Relationships dei 1975.
Tutti in qualche modo ci stavano dicendo qualche cosa che poi è coronato nel terzo album del gruppo di punta della Dirty Hit Records:
“La modernità ci ha dato tutto quello che volevamo e strappato tutto quello di cui avevamo bisogno”.
Gli esempi più evidenti si possono ritrovare in Love It If We Made It, Sincerity is Scary e The Man Who Married a Robot sempre del terzo album dei 1975.

Una svalutazione e decadenza della persona è quello che vogliono esprimerci, ma, come già detto, la Dirty Hit ci vuole sì far vedere questo tramite i testi delle sue band, ma, partendo già dal modo in cui tratta i suoi artisti, ci vuole far vedere che anche nel mondo della musica c’è un’alternativa e che “amerebbe”, come i 1975, che ce la facessimo tutti assieme (Love It if We Made It).

Un’alternativa anche di fare musica commerciale di qualità, come nel caso della collaborazione tra Matthew Healy, cantante dei 1975, e No Rome: 

Perciò, tramite lo stesso percorso che ho fatto io nello scoprire prima gli artisti per poi arrivare alla sorgente (la Dirty Hit) si è cercato di dare almeno il beneficio del dubbio ad una casa discografica che, pur essendo ruffiana nei metodi di commercializzazione pop della musica, sembra stia creando, volente o nolente, un nuovo movimento musicale.

Vittorio Formignani

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