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Vittorio Formignani

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La Dirty Hit Records: Un Nuovo Movimento Musicale? Pt.1

La Dirty Hit Records: Un Nuovo Movimento Musicale? Pt.1

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Il mercato musicale odierno ci ha ormai abituato al successo di sempre più solisti, che spesso non sono neanche autori delle loro canzoni, a discapito di opere più collettive che un tempo si chiamavano band.

Addirittura, in passato, anche alcune case discografiche volevano che venisse fuori una sorta di lavoro corale, di filo rosso che unisse tutti gli artisti da esse prodotte.

Inoltre, nonostante oggi le case discografiche lavorino con il solo scopo di lucro, ci sono state etichette, in passato, che si sono volute distinguere tramite una linearità di genere, di pensiero o ideale.

Ecco, agli scorsi Brit Awards 2019 ha vinto il premio come miglior band britannica dell’anno un gruppo chiamato The 1975 che, con il loro terzo album A brief inquiry on Online Relationships, si sono anche aggiudicati il premio del migliore album britannico dell’anno.

Da dove deriva questa vittoria, tralasciando per un attimo che i Brit Awards, come i Grammy, sono totalmente pilotati da meccaniche di mercato (anche perchè probabilmente avrebbero vinto ancora gli Arctic Monkeys)?

Ci sono degli indizi che ci potrebbero aiutare.

Intanto, l’uso dell’elettronica, il bell’aspetto della band e un modo di porsi molto particolare li fa essere molto ruffiani con l’ambiente pop odierno.

Poi, l’album vincitore e, in generale, anche i lavori precedenti della band parlano di quanto la modernità ci abbia dato tutto quello che volevamo e strappato tutto quello di cui avevamo bisogno.

In particolare, nell’ultimo album, ci si concentra sulla perdita delle relazioni fisiche tra persone a causa dell’avvento della tecnologia e di dinamiche social che, invece che avvicinare, hanno allontanato le persone.

Perciò già da questa breve descrizione si potrebbe dire che i 1975 si sono fatti ambasciatori di una visione comune del mondo odierno e che, tramite la loro esperienza, vogliano sottolineare cosa non va per andare nella direzione opposta.

Insomma, hanno risposto ad un bisogno.

Che, poi, questo messaggio sia stato condiviso da molti e abbia fatto presa su una massa che gli ha permesso di diventare “Pop” è una cosa naturale ed è inevitabile che poi si entri nelle logiche del profitto.

Tuttavia, vorrei far notare una cosa.

L’etichetta discografica dei 1975, la Dirty Hit Records, è nata proprio per dare una casa sia ai 1975 che a Benjamin Francis Leftwich, artisti gestiti, prima della fondazione dell’etichetta, dall’attuale manager dell’etichetta Jamie Oborne.

La Dirty Hit è attualmente un’etichetta indipendente.
Ciò ha permesso di ideare una linea editoriale che potesse seguire le inclinazioni e il pensiero dei fondatori.

Basti vedere altri esempi come la Third Man Records, fondata da Jack White, la Domino Records, divenuta famosa grazie agli Arctic Monkeys e la Fueled by Ramen, fondata da Vinnie Fiorello.
In queste etichette, essendo tutte indipendenti, si è potuto evitare di produrre musica mainstream e fare la musica che si voleva.

Il caso vuole che attorno a questa etichetta, anche grazie al successo dei 1975, si stia creando un vero e proprio movimento musicale con il suo stile e tematiche ben definite.
Attualmente i nomi più importanti dell’etichetta sono:
The 1975, Pale Waves, The Japanese House, Benjamin Francis Leftwich, Wolf Alice, Superfood e King Nun.

Sebbene ognuno di questi gruppi abbia formazioni e caratteristiche diverse, sembra che ci sia sempre qualcosa che gli accomuni.
Che sia il cercare di umanizzare l’utilizzo dell’elettronica (The 1975, Pale Waves) o di mettere in risalto la crisi delle relazioni che la società odierna vive (The 1975, The Japanese House, Wolf Alice) o addirittura un suono di chitarra simile tra un’artista e l’altro (The 1975, Pale Waves, King Nun), c’è sempre un filo rosso che unisce tutti questi gruppi.

Inoltre, dato il passato da musicista di Alan Oborne, anche il modo di trattare i musicisti risulta diverso da quello che ci si aspetterebbe.
In un mondo dominato dal guadagno e da contratti che costringono gli artisti a comporre album forzati, la Dirty Hit Records invece si preoccupa di fornire un luogo ideale per lo sviluppo e l’evoluzione dell’artista in modo tale poi da potersi permettere economicamente di continuare il loro percorso musicale nel futuro.
Altro fatto importante è che le band guadagnano non tramite le royalties, ma tramite la metà dei profitti.

Infatti, lo mette in chiaro con questa semplice frase Alan Oborne: “Noi non siamo nel business del vendere musica ma nel business del vendere un’identità”.
Il fatto non ordinario di questo “vendere un’identità” è che, a differenza dei solisti mainstream, la Dirty Hit non vuole snaturare l’artista, ma anzi seguire la sua naturale evoluzione.
Non a caso i 1975 sono al terzo album e hanno avuto 3 diverse evoluzioni di sound tutte derivate dalle inclinazioni della band e dalle loro ispirazioni.
Aggiungiamoci, per concludere, che la Dirty Hit Records ha trovato un modo molto accattivante di fare marketing che strizza l’occhio anche a certe dinamiche social e all’assoluto del bello tipico di Instagram.
Quindi, come lo sono le band, anche la casa discografica risulta avere questo connubio tra l’essere ruffiana col mondo pop promuovendo, però, un diverso modo di operare rispetto alla tipica etichetta.

Evidenzierei, infine, che i 1975 e le Pale Waves provengono da Manchester, città che, dalla Factory Records e la Madchester degli anni 80 fino al britpop degli Oasis e Blur negli anni 90, ha sempre inciso sul panorama musicale mondiale creando veri e propri movimenti e/o generi.

Quindi, potrebbe essere bello ritenere che questa etichetta, assieme ai suoi artisti, stia creando un filo rosso che li colleghi direttamente a movimenti che hanno cambiato la storia della musica e hanno fatto guadagnare nuovamente alla musica il posto che più le si addice.

I presupposti ci sono e, tra l’altro, sono molto aperti a chiunque voglia mandargli la propria demo.
Le ascoltano tutte.
Con la speranza che non cadano nelle dinamiche commerciali del pop moderno, a cui come detto fanno l’occhiolino, terremo un occhio su questa casa discografica e i suoi artisti.

 

Vittorio Formignani

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