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Raffaele Cirillo

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Intervista Ai Fratelli De Luca

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Il 18 Novembre presso l’aula magna ”Stefano Tassinari” della scuola di Musica Moderna si terrà la presentazione, offerta da Arci e Roots Music Club, del disco “DE LUCA” dei fratelli Andrea ed Enrico De Luca, educatori ed ex membri del gruppo punk Radio City.
Un disco emozionante e di sostanza. Un lavoro raro nella scena musicale Italiana, che racconta di storie vere e quanto mai attuali.
Abbiamo intervistato Andrea ed Enrico per approfondire le tematiche del disco e ragionare sulla situazione musicale italiana.

Come nasce il progetto del disco?

Andrea De Luca: Anni fa mio fratello Enrico mi ha proposto delle musiche e io ho cercato di capire quali testi fossero più adatti a quel tipo di musica, ma ho fatto molta fatica e per anni ero incerto sul da farsi poi abbiamo pensato che, avendo entrambi un trascorso da educatori di strada, quello che ci accomunava fosse parlare dei nostri ragazzi di scuola e così ho iniziato a scrivere su questa tematica.

Enrico De Luca: Era diverso tempo che non componevo perché da molto tempo non suonavamo con il vecchio gruppo, i Radiocity, infatti mi ero dedicato solo al lavoro, però ad un certo punto ho sentito la necessità di comporre musica come facevo una volta; questi pezzi sono nati di notte, suonati pianissimo per non disturbare mio figlio che dormiva, poi sono passati un paio d’anni tra la composizione e la registrazione del disco.

Che cosa volete comunicare con questo album?

Andrea: Bella domanda, me la sono fatta anche io parecchie volte!
In realtà vogliamo solo raccontare storie. L’episodio che mi ha fatto capire che volevo scrivere sui ragazzi di scuola è stato l’incontro con Mike, un omone nero, che alla domanda ‘’Da dove vieni?’’ faceva con le dita il segno della camminata. Lavorando a contatto con ragazzi extracomunitari so che non è nemmeno un viaggio molto strano, compiono traversate epocali come degli Ulisse moderni quindi ho pensato valesse la pena raccontare queste storie.

Enrico: Ho fatto l’educatore per 15 anni e all’inizio potevi aver paura di questi ragazzi perché sembravano agitati, violenti, ma basta un giorno di questo lavoro e tutte le paure passano perché scopri che sono ragazzi come gli altri, vogliono star bene, correre, divertirsi. Bisogna solo confrontarsi con loro ed è anche divertente, è un lavoro che ti segna, adesso costruisco e aggiusto chitarre, ma quello ti resta nel cuore.

Avete incoraggiato i ragazzi verso la musica visto il vostro lavoro di educatori?

Andrea: La musica è un veicolo principe, soprattutto per quanto riguarda la relazione e non è possibile fare questo lavoro senza l’incontro con l’altro. Abbiamo già fatto tanti percorsi musicali con i loro e ci piacerebbe portare il disco nelle scuole in modo da fare dei laboratori con i ragazzi, abbiamo fatto il cd un po’ anche per questo. Ritornando alla tua domanda, ricordo che insegnando storia facevamo lezione con chitarra, slide e amplificatore in aula, si suonava il blues e da questo parli loro della schiavitù e di altri temi correlati.

Enrico: Il tutto senza sapere una nota, per noi il pentagramma è un ideogramma giapponese. Ad alcuni ragazzi abbiamo insegnato a suonare la chitarra e ora sono più bravi di noi.

Come nasce l’etichetta Strade Blu Factory?

Andrea: Ti posso spiegare come nasce il percorso che ci ha portato a quest’etichetta: collaboro con Cristina De Maria e mi ha detto che Bologna non è il posto ideale per la musica che facciamo, così mi ha fatto il nome di Antonio Gramentieri, non lo conoscevo, abbiamo mandato una demo ed è piaciuta.

Enrico: Antonio ha deciso di aprire quest’etichetta con il suo amico Andrea Bernabei e loro, come prima produzione, hanno pensato di fare questo disco. E noi siamo contentissimi.

Avete iniziato con i Radio City, un gruppo punk; come siete approdati al blues?

Enrico: In realtà è stata una cosa naturale, noi facevano punk-rock, mi piacevano gruppi come Stiff Little Fingers, Clash e già dopo il primo disco abbiamo cominciato a chiederci se rimanere sempre lì o evolverci, anche perché poi ti stufi a suonare sempre le solite cose. Fin dall’inizio facevamo quello che ci sentivamo, io mi ritengo una persona semplice e spontanea e questo ti porta al blues, mi viene naturale fare quella musica, posso provare a suonare del rap, funky, pop ma non mi viene; non sono come quelli che sentono la musica di moda e la copiano arrivando irrimediabilmente sempre in ritardo.

Andrea: Devo dire che il carattere un po’ melanconico di mio fratello non può che portarlo al blues. La fortuna è stata anche raccogliere da molti stili, dal rock al folk, ma bisogna pensare che se il testo è in italiano cambia le carte in tavola. Il nostro album può essere personale perché è cantato in italiano, altrimenti saremmo stati un gruppo come tanti altri, invece siamo unici.

Com’è cambiata la scena musicale italiana dagli anni 80 ad oggi e come si evolverà?

Andrea: La musica italiana ha avuto un grandissimo problema: la politica. Noi facevamo concerti e c’era già la problematica dell’essere di destra o di sinistra, ci siamo persi in queste pastoie; tuttavia la forza espressiva di Bologna era legata alla cultura artistica, infatti noi non siamo andati a Londra perché Bologna era Londra.
Per quanto riguarda la scena attuale ho notato dei ragazzi con un talento mostruoso che si trovano a casa e fanno ‘’concerti domestici’’ e non hanno nessuna intenzione di suonare ‘’fuori’’ perché ovviamente non c’è nessuno che li sostiene; un altro ragazzo fa hip hop e i suoi video hanno 100.000 visualizzazioni, ma questo perché fa un gioco al pc e in sottofondo mette la sua musica quindi è il gioco a veicolare la musica.

Enrico: Bisogna anche dire che in quel periodo c’era un’iniziativa bellissima grazie alla quale noi suonavamo molto, era il ‘’piano giovani’’ del comune; mentre adesso si spende molto per gli anziani una volta c’erano tanti giovani e si facevano molti eventi e iniziative per loro.
Oggi, a causa delle limitazioni riguardanti i decibel nei locali, è meglio se suoni acustico e perciò si è tornati verso il cantautorato ed è difficile se parti dal basso anche perché manca quel livello intermedio che ti permette di suonare in locali, non dove la gente mangia, ma dove la gente va per sentire musica anche se non sei famoso; una cosa paradossale è che, mentre una volta se facevi cover non ti voleva nessuno, adesso molti fanno ‘’gruppi cover’’ perché i gestori li chiedono dal momento che portano gente.

Ti sei trovato in difficoltà nello scrivere i testi?

Andrea: Assolutamente si, il mio dubbio è stato sul quanto posso essere pesante o, al contrario, troppo leggero, infatti è per questo che racconto storie, non sono capace di fare politica.
Mi sono chiesto molte volte come procedere sul disco, infatti ci ho messo due anni, ma alla fine se racconti una storia che è la tua la cosa funziona; io giudico valido un disco se è l’artista che mi sta parlando, se quello che dice è lui e non è basato sul ‘’glamour della parola’’.
Io non sono umile, però questo è un disco che parla di cose nostre, la musica è mio fratello, i testi sono quelli che vivo tutti i giorni a scuola, sono onesti, non ce la farei a scrivere un disco che parla di politica quindi ho raccontato le storie che vedo ed è andato tutto bene.

Una parola che racchiuda l’essenza del vostro disco?

Andrea: Onesto perché rappresenta esattamente quello che siamo stati negli anni io e mio fratello. Dobbiamo però ringraziare Gramentieri per aver creato quella poesia, quel collante tra la musica di Enrico, i miei testi e quello che ascoltate voi.

Enrico: La parola è bello. E’ un bel disco.

Raffaele Cirillo, Paolo Concato, Vittorio Formignani

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