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Intervista ai Dice sul loro nuovo Ep “Moonlight Promenade”

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All’inizio di quest’anno i Dice tornano, dopo tre anni, con un nuovo lavoro discografico “Moonlight Promenade”, un EP che sancisce una nuova era musicale della band con un cambio di sonorità e tematiche. Abbiamo incontrato Enrico, Giulio e Nicolò per farci raccontare il perché di questa nuova direzione e farci dare qualche strumento interpretativo dei loro nuovi brani.

Fin dal primo ascolto è evidente un cambio di sound che è più malinconico e introspettivo.

Enrico: L’idea era quella di fare qualcosa di più maturo, personale e osato rispetto ai lavori precedenti. Showcase Come Alive è stato organizzato come un disco completo dove c’è la ballad, un po’ di hit rock con l’idea di mettere delle componenti specifiche che seguivano un certo cliché nella composizione di un album. Alcuni dei brani del disco sembravano in un certo senso troppo patinati, molto negli schemi, soprattutto quelli rock suonavano da boy band scanzonata, un po’ teen. Allora abbiamo deciso di sviare e sperimentare un altro modo. Senza arrivare a sperimentazioni futuristiche sia a livello di suoni che di atmosfere create siamo arrivati a qualcosa di diverso da Showcase Come Alive. Questo è proprio un lavoro indipendente, ma è anche un po’ il fine: sporcare e rendere meno professionale appunto, anche meno patinato il prodotto.

È un’esigenza che è partita anche per cambiare l’etichetta che vi era stata affidata o perché semplicemente avevate voglia di sperimentare?

Enrico: Per quanto mi riguarda può essere entrambe le cose. C’era voglia di sperimentare con queste atmosfere.

Nicolò: Secondo me non ci hanno etichettato chissà quanto. Alla fine di quei dieci pezzi di Showcase ne avevamo visti già 2/3 che potevano raccontare un discorso più coerente. Quindi abbiamo tentato di seguire quella linea. Abbiamo visto che piaceva a noi e anche agli altri. Perché per forza usare un arcobaleno di colori? Usiamo quei tre e fine.

Enrico: Meno canzoni un po’ più unite dal punto di vista del mood generale. Il tentativo è stato quello di trovare un sound e uno stile più personale a Showcase dove in effetti ci sono bei pezzi ma niente di nuovo. Non abbiamo fatto la scoperta del secolo però lo stile è più ricercato e siamo soddisfatti del risultato

È un lavoro che sentite più sincero data la produzione, effettuata al Sonika, più diretta e meno indirizzata da altri elementi esterni?

Enrico: Mentre in Showcase alcuni pezzi erano stati scritti prima di arrivare da Lorenzo, il nostro produttore, e altri sono nati sul momento sotto sue direttive, questo Ep è stato un lavoro nostro più interno a partire anche dalla sala prove. Samuele ci ha dato delle dritte nel sound e nel mix anche di alcuni effetti come per esempio l’uso del flanger in Some Feels, idea azzeccatissima di Samuele. Il risultato è un sound più ricercato da noi e sicuramente meno prodotto.

Anche nelle grafiche si è voluto rompere con l’immagine precedente?

Giulio:  Nelle grafiche c’è un filo conduttore tra le due impostazioni delle copertine perché sostanzialmente entrambe sono dei collage digitali. Quindi c’è questa associazione di elementi diversi che vanno a creare un’immagine composta che cerca di evocare determinate sensazioni a partire dall’utilizzo della cromia e dalla conformazione della struttura dell’immagine. Sono diverse, però l’approccio compositivo a livello visivo rimane pressoché il medesimo. Infatti, ho cercato di mantenere una sorta di giuntura anche a livello cromatico con questo rosso che nella seconda copertina è preponderante mentre invece in Showcase era presente solo nelle sedie sdraio.Questo aggancio più o meno visibile all’interno del mio ragionamento c’era. Sono più soddisfatto della copertina precedente perché mi sembra più articolata e narrativa rispetto all’ultima, però mi sono piaciute entrambe.

Enrico: In entrambe chiaramente ci sono riferimenti alle canzoni .

Esiste un filo conduttore a livello di temi?

Enrico: Le atmosfere sia dal punto di vista musicale che dei testi stessi sono meno scanzonati, più riflessivi e malinconici dal punto di vista generale. Ogni brano ha la sua storia. Jenny è più una descrizione di un personaggio mentre gli altri si potrebbero vedere anche in prima persona.

Giulio: Sono più aperti gli altri brani. Non hanno una storia lineare con un inizio e una fine universali e oggettivi. È difficile che riesca a tracciare una linea logica di accadimento tra un verso e l’altro mentre Jenny è quella più lineare più diretta meno oscura dal punto di vista del significato.

Enrico: C’è anche un’idea di lasciare all’ascoltatore il modo di poterla interpretare come vuole. È una cosa usata anche da altri. Nella stessa Hotel California gli autori stessi dicono che è interpretabile ed è questo percorso da un’innocenza a questa consapevolezza ottenuta attraverso varie avventure e vizi. Quindi c’è anche spazio a questa interpretazione di ognuno basandosi sugli elementi che trova nel testo piuttosto che una descrizione lineare.

Questa libertà interpretativa è presente anche nel video del singolo Moonlight Promenade?

Enrico: Dietro a Streetlights c’era una storia. Questo video è meno incentrato sulla storia che è di per sé  più fantasiosa e legata di più all’interpretazione del brano e alle atmosfere.

Giulio: Il percorso che ci ha portato alla realizzazione è stata fondamentalmente una ricerca volta ad individuare una simbologia che potesse essere evocativa.  Alcuni degli oggetti che hanno questa funzione evocativa all’interno del video come per esempio il tarocco della luna e la palla di vetro che si collega al ritornello che dice “Nothing we can say” in cui si parla di questa impossibilità di cambiare le cose. E così questa palla indossata sulla testa diventa uno schermo fisico e anche sonoro. Poi, la palla diventa quasi la protagonista vera e propria del racconto del video anche perché alla fine si vede la morte della palla che è poi la sua distruzione e ci affascinava proprio da un punto di vista visivo perché ci sembrava forte come immagine. La storia è più evidente e facilmente interpretabile nel video di Streetlights mentre in questo ci siamo concentrati sul potere evocativo delle atmosfere e sul lato performativo che potevamo avere anche noi all’interno del video come anche Sofia la ragazza che ha recitato nel video.

Entriamo più nello specifico del disco adesso. Con quali chiavi di lettura si possono interpretare?

Partiamo dal brano che apre l’EP, Daydreamer:

Giulio: È stato scritto durante l’estate di tre anni fa in spiaggia a Rimini dove mi è venuta l’idea di questo pezzo che era stato studiato per essere suonato con la formazione classica

Enrico: Era proprio un altro pezzo che noi suonavamo già e che è stato scritto durante Showcase dal quale poi è stato scartato in quella veste. Lo abbiamo ripreso e cambiato completamente. 

Giulio: È diventato il prologo ed il nostro brano più breve. C’è questo scenario tra marittimo e onirico che fa da sfondo a questa relazione precaria ed imprevedibile tra due persone e in cui c’è questa idea di fiducia reciproca sembra svanire. Questa idea di sospensione che vuole trasmettere il pezzo aiutato da questo utilizzo del synth vuole proprio cercare di evidenziare questo aspetto e atmosfera eterea e questa fiducia che sembra svanire.

Moonlight Promenade:

Giulio: Il testo è un flusso di coscienza dove il titolo ha il compito di suggerire questa cornice crepuscolare che caratterizza  tutto l’album e che fa da sfondo alle riflessioni che vengono sviluppate nel corso del testo. 

Tuttavia, il testo non ha riferimenti prettamente atmosferici. A parte “sunny day”,  che è l’unico momento in cui si fa riferimento a questa condizione atmosferica sotto forma di ricordo e di memoria, non è calata fortemente nel passato. C’è questo collegamento tra presente e passato e questa idea di memoria a cui si mescolano sensazioni di incertezza mascherata dove emergono sentimenti forti legati a visioni passate. È presente questo senso di rassegnazione dove dice “nothing” che però non preclude un futuro più sereno. È quasi una constatazione di quel momento e non preclude uno sviluppo diverso del futuro.

Enrico: Al di là del testo è riuscito anche bene l’intro particolare che ti mette sulle spine con questa chitarra che sembra faccia quasi un fraseggio western e continua con un riff abbastanza rock con un tempo quasi alla franz ferdinand e un ritmo tipo disco music. Nel complesso a me piace la riuscita del brano ed è difficilmente etichettabile che è il suo punto di forza. Ha sicuramente una sua dimensione particolare. Non è a tutti i costi la più bella, la più diretta ed immediata, però a livello di progettualità è sicuramente quella che dice di più la sua.

Nicolò: È anche quella su cui abbiamo lavorato di più dopo averne fatte 6 versioni.

Enrico: È quella più rappresentativa del cambiamento. Ce ne siamo infischiati del fatto che non fosse la più immediata e meno da singolo.

Nicolò: Doveva essere una cosa che ti invogliava ad ascoltare le altre canzoni.

Fantastic Villain:

Giulio: Il testo parla di un tentativo di comprendere la vera personalità di qualcuno anche a fronte di tradimenti e di incomprensioni legate all’aspettativa di una persona che non si vede di buon occhio ma che allo stesso tempo ci attrae. Una fascinazione volta verso una persona che non è compatibile con noi che però ci stuzzica. Così come abbiamo fatto con le nostre influenze con cui ci siamo spostati su cose meno compatibili col nostro background e che hanno influenzato allo stesso  tempo in maniera positiva e creativa oltre che produttiva nella realizzazione dei pezzi. Questo doppio aspetto unisce i due mondi musicali e testuali. C’è questo logorio generato da questa insoddisfazione verso una ricerca volta a scoprire i lati più nascosti celati e anche più sorprendenti che può riservare un’amicizia. Quindi spesso abbiamo un primo impatto verso una persona, verso un evento che spesso non si riconferma col passare del tempo. Questa canzone parla in maniera indiretta e personale di questa condizione e di questi comportamenti che paralizzano e frenano la normale conversazione e causano questo stato di shock, di rallentamento della reazione di fronte a qualcosa che non conosciamo e che non è per forza vicino ma che allo stesso tempo ci affascina.

Quali sono state le influenze più lontane rispetto ai vostri soliti ascolti?

Giulio: Ho ascoltato molto i Mini Mansions e Future Island e quella cerchia shoegaze e dreampop che poi ha davvero influito su Daydreamer per esempio. Mentre invece nei pezzi rock più robusti Queens of the Stone Age, Franz Ferdinand e Muse anche se gli avevamo già interiorizzati.

Enrico: Anche Arctic Monkeys e, in particolare, Pink Lemonade di James Bay le cui atmosfere sono molto Moonlight Promenade.

My Lust:

Giulio: Quella più da Enrico secondo noi a livello compositivo.Parla di un desiderio profondo e ardente di una condizione amorosa anche se in maniera velata.Il desiderio che condiziona questa situazione amorosa che sembra spegnersi velocemente in concomitanza a questa tristezza accumulata e a questo auto lacerarsi nei confronti delle avversità amorose e relazionali. Lo stato d’animo sembra rispecchiare quello dell’altro rincorrendo un ambito stato di benessere e questa voglia di percorrere questo itinerario verso un benessere sentimentale attraversando dubbi e timidezze e ciò che vivono tutti in qualsiasi tipo di relazioni non per forza  amorosa ma anche di affetto e di amicizia. Nasce questa esigenza di esternare questi sentimenti e di raccontarsi per raggiungere un grado di consapevolezza che sia rasserenante per se stessi e utilizzare questo sfogo in forma terapeutica.

Some Feels:

Giulio: E’ un pezzo su cui siamo stati abbastanza. C’è un forte senso di nostalgia che ci porta a ripercorrere vecchi passi alla ricerca di un benessere e di sensazioni piacevoli provate nel nostro passato avvicinandoci a quella che era per noi la realtà delle cose e dei fatti. Sentendoci precipitare cerchiamo in maniera ossessiva ed instancabile di ricongiungerci attendendo conferme che possano alleviare malinconia e malessere che ci accecano e non ci fanno vedere altro che la nostra condizione di depressione non nel senso patologico, ma di non positività.

Jenny was a Dancer:

Giulio: Parla della quotidianità di questa ballerina che è turbata da una vita difficile che vive in un contesto disagiato non facile da sopportare e che, però, vuole ottenere le sue rivincite e realizzarsi come vogliono fare più o meno tutti. Vuole uscire da questa condizione e migliorarla. La sua storia viene strumentalizzata per poter esprimere una storia ed un desiderio personale come esempio per parlare di una condizione che può essere anche universale.

Nel futuro potremo vedere ampliati i discorsi cominciati con Moonlight Promenade e vi sta spingendo già in altra direzione?

Giulio: Moonlight Promenade è servito come presa di coscienza e paletto. Serve sempre a cementificare un periodo storico della band e ogni tanto fare un disco serve proprio per prendere coscienza di quello che si è fatto; abbiamo già scritto 9 pezzi questa volta in italiano. Gli abbiamo già registrati con garage band per dare un carattere sonoro ma è tutto un work in progress. Ho avuto questa esigenza espressiva di comunicare in italiano perché non sono bravo come Enrico in inglese e rimango sempre con l’angoscia di dire se ho espresso alla fine veramente quello che volevo dire o perché mi piacevano le parole così sono andato a cercare di ricamarci un significato. Mi sento più a mio agio in italiano mentre una volta mi vergognavo. Adesso mi vergogno di più a non sapere quello che sto dicendo o più semplicemente a non sapere se lo sto dicendo nel modo giusto.

Enrico:  E’ stata una scommessa: se una band è pronta a rinnovarsi a sperimentare dovrebbe dire perché no?
Al massimo si torna indietro. Anche i più grandi della musica che hanno sperimentato non si erano messi paletti così rigidi. Per esempio i Beatles, forse neanche loro riuscivano a darsi un’etichetta.

Come mai questo cambiamento?

Giulio: Abbiamo avuto un’esigenza di inserire un’altra mente creativa nella band oltre che un’altra chitarra perché è stimolante avere un parere che inizialmente può sembrare esterno soprattutto perché stiamo cercando di intraprendere questo nuovo percorso con l’italiano. Quindi ci è sembrato giusto avere una seconda chitarra ed una terza voce.

Enrico: Alla storia dell’italiano abbiamo sempre detto di no ora pensiamo perché no? 

Giulio: Anche perché sono cambiati anche i nostri orizzonti. Una volta eravamo fissati con l’idea di finire l’università e andare a Londra piuttosto che un’altra città per provarci sul serio.Eravamo forse ingenui o più che altro di quell’idea lì quindi continuare a scrivere in inglese ci andava bene perché saremmo andati in terra inglese. Col fatto che sono cambiate le cose questo essere fieri dell’inglese è un po’ svanito.

Raffaele Cirillo, Vittorio Formignani

La loro pagina Facebook: https://www.facebook.com/thediceofficialpage/

Bandsintown:
https://www.bandsintown.com/a/470183?came_from=231&app_id=facebook

Puoi ascoltare il loro Ep qua:

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