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Intervista Ad Ada Montellanico: Sulla Strada Di Abbey Lincoln

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Abbey’s Road: la voce di Ada Montellanico, perla della scena jazz italiana, ci regala la scoperta del percorso di vita di Abbey Lincoln, tra la militanza politica, la rivendicazione dei diritti del popolo afroamericano e l’essere una donna nel mondo del jazz. In occasione della recente pubblicazione del suo nuovo lavoro, ho avuto l’opportunità di scambiare due parole con Ada.

Il nuovo progetto si intitola Abbey’s Road. Qual è la strada su cui Abbey Lincoln ha lasciato i suoi passi, e perché la scelta di ripercorrerla con questo disco?

Sicuramente la strada principale percorsa da Abbey Lincoln è quella della militanza politica, un percorso che ha senz’altro lasciato un segno forte e profondo. Dagli anni Sessanta in poi Abbey è stata una donna estremamente significativa all’interno dell’intero movimento che rivendicava i diritti civili del popolo afroamericano. Questo è un aspetto importantissimo, insieme ovviamente al discorso artistico, fondamentale per il fatto che Abbey è stata una grandissima interprete. Per una cantante, e in particolare per me che prediligo questo genere di approccio alla musica, il fatto di essere in grado di dare una tale interpretazione a ogni suo testo la rende sicuramente un’artista di enorme influenza, un vero punto di riferimento. Il suo costante impegno sociale e politico che ha portato avanti durante il suo percorso ne sono la chiave principale: i testi di Abbey Lincoln hanno qualcosa di speciale. Hanno uno spessore molto forte, una profondità e dei contenuti estremamente densi di significato.

La scelta di dedicare la propria vita alla musica richiede, a mio parere, tanto coraggio e tanta positività. Qual è stato il momento della sua vita in cui si è resa conto che la musica, oltre che la sua passione, sarebbe diventata il suo lavoro?

Direi di averlo realizzato a metà strada, quando la mia carriera era già iniziata. Si inizia sempre tentando, spinti dall’esigenza profonda di esprimere se stessi attraverso la musica e i suoni. La questione della professione è senz’altro più complessa, perché non dipende solo da te, ma dall’intero ambiente che ti circonda. Per cui in una situazione come questa, in cui l’aspetto culturale in Italia non ha il peso che dovrebbe avere, gli spazi e le paghe tendono a diminuire, e quindi vivere di musica è estremamente impegnativo. I propulsori sono la passione e la determinazione, ed è solo grazie a queste che si riesce a trovare una strada.
Diciamo che a metà della mia carriera ho percepito la possibilità di portare avanti questo tipo di vita, ma soprattutto la forza per farlo. La forza e la determinazione per poter andare avanti sono fondamentali, perché è vero che ci vuole coraggio, ma quello che più mi ha aiutata a continuare è stata la resistenza. Ci sono stati vari momenti nel mio percorso in cui ho pensato di lasciar perdere a causa delle troppe difficoltà, periodi in cui mi è capitato di dedicarmi meno al canto e alla musica in generale. Bisogna prendere questi periodi come momenti di elaborazione, di studio, è necessario mettersi da parte un po’ di tempo per pensare a cose nuove, incontrare altri artisti e avere nuovi stimoli. L’importante è mantenersi attivi e non smettere di ricercare del nuovo.

Gran parte della sua carriera è incentrata sul fatto di essere donna all’interno della musica. Abbey’s Road, Omaggio a Billie Holiday e il disco “Suono di Donna”. Nella sua esperienza, cosa significa rivestire questo ruolo, cioè essere lei stessa una donna che si muove nel mondo musicale?

Da una parte posso ripeterti che ci vuole sicuramente una forte identità e un forte coraggio. Devi creare un io e te lo devi tenere stretto, bisogna saper inquadrare veramente quello che si vuole e saperlo comunicare. Non mi piace parlare di quote rosa, ma sicuramente per noi al mondo c’è meno spazio. Quello che riusciamo ad ottenere lo conquistiamo e lo difendiamo con le nostre forze, ma non ci viene certo lasciato con grande tranquillità. Sentiamo sempre di dover dimostrare che siamo di più, più brave, più capaci, e questo spazio ottenuto diventa una vera e propria conquista. Lo trovo snervante ed estremamente ingiusto; ho l’impressione che l’idea sia ancora il fatto che siamo culturalmente inclini ad altro, ma non è affatto così. Abbiamo un nostro mondo alla cui base sta una sensibilità particolare, e un approccio meno razionale alle cose. Forse per questo certi ruoli non vengono abitualmente ricoperti da noi donne. Nella musica, o almeno nel jazz, l’ambiente è quasi totalmente maschile, e il fatto di crearsi un posto all’interno di questo mondo dipende da te. Penso che il problema maggiore quest’oggi sia il fatto che spesso siamo noi stesse a crearci delle impossibilità. Dobbiamo combattere tanti preconcetti e due millenni di logos occidentale che vedono la donna relegata a svolgere unicamente determinati compiti. Alla base deve esserci il nostro sforzo, la nostra capacità di pensare che abbiamo davvero la possibilità di fare quello che vogliamo fare. Non è detto che dobbiamo per forza emulare tutto quello che è sempre stato fatto da uomini per questioni di principio. L’importante è rendersi conto che possiamo fare qualsiasi cosa desideriamo, senza sentirci costrette. Penso che questa sia la lotta più importante da attuare. Per me, porre attenzione sulla donna è fondamentale per rivendicare questo diritto, e per sottolineare la bellezza della nostra libertà di esprimerci per quello che siamo e per quello che vogliamo veramente, per le nostre necessità più profonde.

Olivia Santimone

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