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Raffaele Cirillo

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Intervista a Stefano Bollani

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In occasione del concerto “Piano Solo” tenuto al Teatro Comunale abbiamo avuto l’onore di intervistare uno dei più importanti musicisti del panorama italiano e internazionale: ha collaborato con artisti come Enrico Rava, Pat Metheny, Chick Corea e Paolo Fresu; è inoltre autori di vari libri e conduttore televisivo.

Come ti sei avvicinato al Jazz?

Ho iniziato a suonare all’età di 6 anni, sognando di poter cantare, essere come Celentano, Ray Charles o Carosone. Quando ho iniziato a studiare il piano, il modo in cui mi insegnavano la musica classica non era il massimo, passare per tutti quei grandi classici fu una sofferenza. Per fortuna a 11 anni ho scoperto il Jazz, questa musica era una mistura interessante che alle mie orecchie suonava molto allegra, leggera, divertente e al tempo stesso raffinata. Era il Jazz degli anni ’50 era Charlie Parker, era il ragtime, il pianoforte degli anni ’20 e ’30, mi metteva allegria. Poi ho scoperto che nel jazz la cosa principale è improvvisare, giocare dal vivo con le note e questo mi rese felicissimo. Crescendo ci si accorge che si può improvvisare anche su tante altre cose ma in quel momento pensavo di aver trovato la mia musica, la più bella del mondo.

Molti artisti tendono a essere più conosciuti all’estero, perché? Pensi che eventi come Sanremo possano essere un buon mezzo per farli emergere anche nel nostro paese?

In generale per chi fa musica strumentale soprattutto, l’estero è l’ideale, perché offre un pubblico enormemente più grande e di conseguenza molte opportunità. Ora conosco poco le scene locali, ma quando ero ragazzino se un musicista andava nella capitale francese era perché gli piacevano un certo tipo di suoni, se un altro sceglieva Amsterdam probabilmente era più attratto da cose più radicali, più fricchettone. Se uno voleva fare fatica, invece poteva decidere di rimanere in Italia sapendo che sarebbe stato molto più difficile costruirsi poi una carriera internazionale. Ci sono riusciti in pochi e uno è Rava, che ha vissuto a New York e poi a Buenos Aires. Diciamo che c’era la necessità di uscire, mentre adesso, specialmente grazie ad Internet e all’evoluzione della scena Jazz italiana non importa più, si può vivere tranquillamente anche a Macerata. Sanremo è perfetto perché ti dà l’opportunità di farti conoscere da una vetrina enorme, ne sono stato anche ospite. Non è il massimo per il resto, perché una gara in ambito artistico e musicale è assolutamente senza senso.

Faresti mai il giudice per un talent?

Assolutamente no, non mi interessa proprio l’idea di giudicare qualcosa o di fare delle classifiche, perché con la musica si sprofonda inevitabilmente nella soggettività. Proprio due giorni fa è apparsa una classifica di Jazzit sul mio Facebook, l’ho subito rimossa.

Hai dedicato un disco a Frank Zappa, che cosa ti ha colpito in particolare?

Il personaggio in generale; è uno che ha lottato per farsi i cazzi suoi tutta la vita, ha scritto canzoni, ha composto sinfonie per orchestra, il chitarrista rock, era un idolo senza centrare nulla con quel mondo, ha una testa da compositore e poi quel suo senso dell’umorismo che mi ha sempre fatto impazzire, non c’è nessun altro, in nessun genere musicale che sia così divertente e cattivo allo stesso tempo…. Il comico tipo ti fa molto ridere ma difficilmente se la prende con qualcuno perché potrebbe far arrabbiare una parte del pubblico e perderla: immaginiamo Crozza davanti ad una platea di destra. Zappa invece era cattivissimo e se la prendeva con tutti, i suoi fan lo adoravano mentre gli altri lo odiavano perché lui odiava loro cordialmente.

Cosa hai pensato quando lo hai ascoltato la prima volta?

Ho pensato ma dove gli viene in mente di fare questa cosa qua? Quando è partito il disco che ho comprato che era: “Does Humor Belong in Music? “ pensavo ok, è il classico gruppo rock, perché non sapevo bene chi era, l’ho preso perché mi piaceva la copertina, di Frank Zappa non sapevo niente, non c’era internet. Poi sono iniziate le vocine, le cazzate, i rutti e ho detto: “Ma questo chi è?”

Il ritorno del vinile è passeggero?

Non credo, ma non voglio fare il profeta di Ferrara. Anche se è stato sostituito prima dai cd e poi dalla musica liquida, il vinile è rimasto un simbolo per gli appassionati: riuscite a immaginarvene uno che tra 50 anni mette su un cd? Detto questo, le nuove generazioni sono più fortunate, ora potete ascoltare un coro africano con qualche tocco sul telefono mentre io, negli anni ’80, sarei dovuto andare fino a Londra per comprare un disco. Eppure molti, anche tra i giovani, si lamentano di poter avere con un click tutto quello di cui hanno bisogno a portata di mano. Io invece sono contento del progresso e sono convinto che saperlo gestire possa bastare.

Molti pensano che fare musica possa essere al massimo una passione, che cosa consigli ai giovani che vorrebbero farne un lavoro?

In effetti, il musicista non è proprio una professione come la intendiamo noi, dovesse somigliare anche solo lontanamente a quella di un impiegato cambierei mestiere immediatamente, il musicista è la cosa più lontana dall’impiegato, se te la cavi bene non hai padroni… non è facile, mentre di là anche se te la cavi bene un padrone lo avrai sempre. Beh io fossi un bambino direi: io proverei a fare questa cosa, non si sa mai che mi va bene e mi diverto tutta la vita: è divertente, spiegarlo a un genitore è difficile, l’occasione per fare il musicista è proprio questa, perché tanto non c’è lavoro per nessuno. Là fuori non stanno aspettando i musicisti come non stanno aspettando i chimici, quindi tanto vale fare ciò che diverte di più. Un bambino, è più intelligente degli adulti non gli interessano i soldi, non avrebbe alcun dubbio.

Che rapporto hai con Ferrara?

Ho suonato al Jazz Club, tantissime volte al Teatro Comunale, anche con Gianmaria Testa e la Banda Osiris… Poi, siccome da ragazzino andavo in vacanza a Lido degli Estensi, avevo un sacco di amici di Ferrara e già negli anni ’80 la conoscevo bene.

Come affronterebbe un blues Stravinskij?

In effetti, Stravinskij non ha mai fatto un blues, ha fatto un tango; meno male che non lo ha fatto, perché userebbe il blues per fare una cosa sua, quindi sicuramente ad un appassionato di blues non interessa. Ad esempio lui ha scritto un tango, che però non è un tango, è come lui vede il tango, esattamente come se un regista riprendesse questa intervista poi la monta lui e diventa un film dell’orrore, un film di sguardi, quello che voglio dire e che si fa così: “cosa c’è qui? tango? aspetta, sposto questo, qui metto questi accordi” infatti è un pezzo cubista, di sicuro anche nel blues avresti sentito una frasetta di blues poi subito altro. Anche Ravel ha fatto così nella Sonata N.2 per violino e pianoforte, i compositori prendono un sapore, un’ idea, poi quelli che stavano a Parigi del jazz  avevano sentito parlare, avevano letto un articolo su un giornale, hanno sentito un amico che diceva che il jazz era una cosa meravigliosa, il primo disco di jazz è del 1917 quindi altro che sentire il jazz…

Abbiamo visto che nell’album “Arrivano Gli Alieni” hai fatto alcune canzoni dove sembrava volessi provocare: cosa vuoi suscitare?

“ […]Arrivano gli alieni per tentare un clamoroso esperimento

Questa volta ci tocca di obbedire solo ad un comandamento

Non è più come una volta quando sbarcarono a impartire la lezione ne han dati una decina a una popolazione… è successo un putiferio!”

Dipende, perché cosa ho suscitato me lo devi dire tu. Le teorie di Mauro Biglino mi hanno ispirato nel pezzo “Arrivano gli Alieni” infatti l’ho citato nei ringraziamenti, quindi  vuoi sapere se volevo parlare veramente degli Alieni? Si volevo farlo davvero, ma non per provocare, io penso che onestamente se ne può parlare, non succede nulla. Nella realtà penso che ci siano tanti altri esseri nell’universo, nel testo dico “ arrivano questi qua” questi alieni stavano girando già da un po’, quelli che noi chiamiamo angeli custodi per cui ritorno ai Biglino o Sibaldi, persone che parlano della Bibbia in senso metaforico o reale. Mi interessano entrambe le visioni e quindi questa è un immagine surreale dove entrano elementi, credo, reali, che qualcuno di alieno sia sceso sulla terra a dare 10 comandamenti è un dato di fatto, non è una provocazione, perché grammaticalmente alieno vuol dire essere distanti da me, straniero,  generalmente si immagina che venga dal cielo e quindi Dio è un alieno.

Raffaele Cirillo, Paolo Concato

Ph. Nicoleta Dracea

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