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Intervista A Sergio Rossoni Per “Jazz & Filosofia”

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Nella serata di mercoledì 13 dicembre, si terrà presso il teatro-cinema di San Benedetto l’evento “Jazz & Filosofia”.
Si tratta di un evento organizzato da Sergio Rossoni, noto chitarrista jazz dell’ambiente ferrarese, insegnante di chitarra presso l’accademia musicale Don Gregorio e filosofo.
Per questo articolo ho avuto il piacere di intervistare lo stesso Rossoni, che si è dimostrato come sempre molto disponibile, l’intervista è a seguire:

Ciao Sergio, avrei alcune domande da porti in previsione di Jazz & Filosofia, la prima cosa che vorrei chiederti è semplicemente come nasce questo evento.

La risposta è molto semplice: io sono sia filosofo che musicista, sono le mie più grandi passioni. Occupandomi di filosofia e musica jazz, va da sé che mi piaccia organizzare questo genere di evento e di eventi, dato che sono uno che ama organizzare. Così ho raggruppato gli amici filosofi e gli amici musicisti e abbiamo detto: “facciamo qualcosa per Ferrara”, così è nata l’idea di jazz e filosofia. L’anno scorso abbiamo raccolto più di 2500 euro che sono stati devoluti in beneficenza ad Amatrice, quest’anno speriamo di poter fare altrettanto per contribuire alla ricostruzione della chiesa di San Benedetto, ancora chiusa dopo il terremoto.

L’idea di unire il jazz e la filosofia nasce per il semplice fatto di essere le tue due passioni più grandi, o per te c’è qualcosa di più? Sono in un qualche modo legate?

Per me jazz e filosofia hanno una stretta relazione. Nella filosofia sta la ricerca della verità incontrovertibile, mentre nel jazz la verità incontrovertibile sta nell’atto dell’improvvisazione: perché mentre improvvisi sei nella verità incontrovertibile con te stesso, di fronte a te stesso e nei confronti di chi ti ascolta, la tua anima discorre con sé stessa su un tema dato. Io la vedo un po’ come la dialettica di Hegel, il restituire il dire al detto. La tesi che si fa antitesi e poi sintesi, che a sua volta diventa una nuova tesi. La sintesi che si trasforma: quindi da un tema dato nasce qualcosa di altrettanto nuovo che ogni volta elabori. Il musicista è un filosofo, discute, e mette sempre il punto interrogativo davanti alle cose.

Queste tue due passioni si sono sviluppate in maniera indipendente e parallela, o una delle due è derivata in qualche modo dall’altra?

Direi che hanno sempre convissuto insieme, sin da ragazzo. Naturalmente non avevo i mezzi che ci sono ora, il futuro allora era diverso da com’è attualmente. Avevamo l’Abner Rossi e il Dacci… poi di filosofia c’erano questi professoroni saccenti che spesso te la facevano anche un po’ odiare; mentre in realtà poi è arrivato Kant, è arrivato Heidegger, Gadamer: tutti personaggi, e filosofi, che mi hanno avvicinato alla storia del pensiero, e all’articolazione del pensiero. Cioè il pensare di non avere mai una mentalità e una mente semplice, ma sempre una mente problematica, perché una mente semplice rende l’uomo abbastanza piatto, mentre un cervello problematico rende l’uomo in grado di formare una modalità di pensiero, di trovare una soluzione di pensiero.

In parte mi hai già risposto prima alla domanda che sto per farti, quando mi hai spiegato la relazione che c’è per te tra jazz e filosofia. Ma al di là dell’essere tu un jazzista, secondo te, oltre al jazz, potrebbe esistere una relazione della filosofia con altri generi musicali? In pratica se tu fossi ad esempio un chitarrista classico, pensi che potrebbe esistere un ipotetico Musica classica & Filosofia? Oppure Rock & Filosofia, o Blues & Filosofia?

Allora, nella musica jazz io mi sento sempre provvisorio. Quindi tu sollevi un tema importante di cui parlerò anche durante il concerto con Tommaso La Rocca (filosofo che parteciperà a Jazz & Filosofia, n.d.r.). Esiste una filosofia futura così come una musica futura, ed esiste una filosofia antica e dogmatica così come esiste la musica classica; nasce la scrittura, con la scrittura nasce la musica scritta, che si tramanda per iscritto, e nella scrittura il pensiero perde molto di mobilità. È dall’inizio del ‘900 che si improvvisa, nel novecento si inizia ad improvvisare e allo stesso tempo si smette di improvvisare, nasce il jazz, ma al contempo si smette di improvvisare nella musica classica. La musica classica diventa un qualcosa da eseguire così come l’autore l’ha scritta. E’ una scelta estrema, una scelta che ti imprigiona in un qualche modo in qualcosa che è stato scritto. In realtà, nella musica jazz, la regola è di non rispettare le regole: questo significa rivoluzione, cambiamento continuo; ed è qui che la filosofia ti aiuta a formulare anche il pensiero musicale. D’altra parte la filosofia cos’è? È l’amore per la verità: non confondiamo questo con l’amore per il sapere, questa risposta un po’ dolciastra che in realtà non sa di nulla. La filosofia è mettere davanti a una verità incontrovertibile, metterla sotto la luce. La filosofia nasce proprio dal timore, dalla paura, e come musicista ogni volta che ti trovi davanti a una sfida hai paura: il coraggio tuttavia ti spinge a superare questa tua paura, ad andare oltre. È una spinta continua ad andare appunto verso una filosofia futura, mentre la musica classica, dogmatica, rimane chiusa in sé stessa dentro gli spartiti. È qui che a mio parere il musicista dovrebbe personalizzare, metterci del proprio, ed è così che si sviluppano parallelamente la filosofia dogmatica (che trova la sua corrispondenza nella musica classica), e la filosofia futura che si rispecchia nelle altre correnti musicali, nel mio caso il jazz perché il jazz è la mia passione, ma non è il solo genere. In questo caso si tratta di un sentimento personale.

Mi potresti descrivere il tuo percorso di formazione musicale? Come ti sei avvicinato alla musica, alla chitarra e al jazz? Sei sempre stato rivolto a questo genere o si tratta di un percorso che ti ha condotto ad esso partendo da più lontano?

Avevo sei anni quando ho iniziato ad ascoltare i Quelli, che poi diventeranno la P.F.M., ho un fratello più grande di dodici anni che si vedeva con gli amici nelle cantine e nei garage a suonare. Io prendevo la sua chitarra e mi divertivo un mondo a provare a suonare; sono nato con la musica popolare degli anni sessanta: i New Trolls, i Dik Dik, Massimo Ranieri, Orietta Berti. All’epoca avevo sette/otto anni, poi sono arrivati i primi gruppi: i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Genesis, gli Uriah Heep. C’è stata l’esplosione del rock, poi del rock decadente. Poi grazie a un amico che lavorava sulle navi ho conosciuto i dischi di Frank Sinatra, Gino Vannelli, lo swing, le bossanove: mi sentivo come un porto che accoglieva tutte queste navi. Poi ho iniziato a cercare a destra e a sinistra, e così il mio amore si è rivolto a questo genere di musica, al jazz: Nat “King” Cole, Sintra, poi Joe Pass e questi altri chitarristi.

Con la fine del proibizionismo sono finite anche le Big band: la figura del chitarrista è andata a sostituire quella del pianista. Ora il cantante doveva avere uno strumento armonico che è diventato la chitarra, chitarra che poi ha iniziato ad essere microfonata e sono arrivati i vari Django Reinhardt, Freddie Green, tutta la storia manouche (che mi piace un po’ meno, per quanto mi piaccia anch’essa). Poi è arrivato quel maestro là (indica una foto appesa al muro, n.d.r.) che si chiama Jim Hall.
Poi crescendo è arrivata la necessità guadagnare un po’ di soldi, così noi musicisti andavamo nelle sale da ballo, che per quelli della nostra generazione sono stati un’opportunità immensa: quando suonavi in questi contesti dovevi imparare a tenere il tempo, a suonare insieme, c’erano il confronto e lo scambio coi musicisti più anziani.
È un peccato che non esista più: tutti ballavano con lo swing, e il ballo è un’esperienza altamente formativa per un musicista.

Al di là della tua formazione musicale, parlando della chitarra nello specifico, chi sono stati gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato e che sono stati e magari sono tutt’ora una tua fonte di ispirazione?

Beh, in parte te l’ho detto, comunque i miei maestri sono stati diversi: ho studiato chitarra classica da ragazzino col maestro Giorgio Balboni, un gran bravo chitarrista, della Gino Neri. Poi ovviamente gli esordi sono stati col primo rock: quindi Ritchie Blackmore, Jimmy Page.

Ma non sono stato mai stato io uno che “tirava” le corde, non ci sono mai riuscito, non so perché, ma la mia tendenza non era quella lì. Piuttosto sono stato fulminato dai chitarristi di cui già prima ti ho parlato: Joe Pass, Freddie Green, Jim Hall. Jim Hall tra l’altro abbiamo avuto l’onore di portarlo qui, nell ’83; quando suonava col Pat Metheny Group era una cosa, ma quando ha iniziato a suonare degli standard jazz ci ha letteralmente distrutti, non riuscivamo a capire cosa facesse. Allora lì a cercar libri, con Tavolazzi, a cercar di capire: ho ancore molte cose del periodo lì (indica lo scaffale alle mie spalle, con metodi di chitarra, libri di armonia e molti quaderni con appunti accumulatisi nel corso degli anni). In definitiva direi che Jim Hall, Pat Metheny, sono stati loro i più influenti; tutt’ora ascolto molto, studio molto: l’armonia, l’ordine delle note e degli accordi, il modo in cui l’equilibrio cambia.

Riguardo invece ai filosofi? C’è qualche corrente o qualche filosofo in particolare che più di altri ti ha colpito, ha contribuito alla costruzione del tuo pensiero personale?

Di certo Kant. Ma di pari passo, a parte il mio insegnante Tommaso La Rocca, Gadamer: mi ha dato tanto e mi dà ancora tanto. Poi Heidegger, ma direi che Gadamer è colui che mi ha dato di più. Poi ci sono tanti altri filosofi e tante correnti che comunque amo, ad esempio lo stesso Eco, che pur non essendo un filosofo, fa parte di quella schiera di letture assolutamente importanti, ed infine, ovviamente, Aristotele!
Questi sono in generale quelli che più spesso leggo e cerco, senza nulla togliere poi agli altri. D’altra parte casa mia è a tutti gli effetti una “biblioteca” di filosofia.

Cambiando ora totalmente discorso, tu prima mi dicevi che sei uno che ama organizzare, e in effetti l’ho sperimentato anche personalmente suonando più di una volta a concerti organizzati da te. Tanti si lamentano dicendo che a Ferrara non c’è mai nulla, altri dicono che basta saper cercare e le opportunità ci sono. La mia domanda è questa: cosa ne pensi tu personalmente di Ferrara sotto questo punto di vista?

A Ferrara ci sono tante cose se uno è attento, c’è il torrione che organizza sempre ottimi concerti e che è una delle realtà jazz più importanti in Italia. Noi come associazione (Don Gregorio, n.d.r.) organizziamo eventi in continuazione e suoniamo spesso in giro, ogni martedì ci sono le jam organizzate da Guido Foddis… poi le presentazioni di libri alla Feltrinelli, i concerti organizzati dal conservatorio… insomma basta aprire il giornale e le cose si trovano.

Riguardo però proprio all’affluenza a questi eventi da parte di persone esterne a questo ambiente, ai vari non-musicisti e non-artisti in generale, come vedi la situazione?

Qui chiaramente è un altro discorso, vorrei sapere se tutte queste persone che si lamentano che non c’è mai nulla, poi effettivamente quando qualcosa c’è, ci vanno. Il ferrarese è effettivamente pigro e si lamenta di ogni cosa, c’è una barzelletta che rappresenta il ferrarese medio: (in dialetto) un uomo alla moglie: “Berta che ora è?” “”Manca un quarto a mezzogiorno” “Ecco, manca sempre qualcosa in ‘sta casa”.

Pensi che si possa diffondere maggiormente l’interesse per le opportunità che la nostra città offre? Per pubblicizzare in maniera efficace ciò che viene fatto?

Fare, fare, fare. Fare tanto cercando di coinvolgere sempre le persone, in modo che ci si renda conto di tutto quello che effettivamente c’è. Mandare messaggi, e-mail, rendere partecipi e “rompere le scatole”.

Poi purtroppo più si va “in alto” (inteso come complessità e articolazione di un genere musicale, n.d.r.) meno gente si trova, la sai no la differenza tra rock e jazz? Cinquemila persone per quattro accordi piuttosto che quattro persone per cinquemila accordi. La gente cerca la semplicità fino a scadere nelle cose più banali, la richiesta della massa poi porta ad un abbassamento esponenziale della qualità. Lo vedo anche nei miei allievi: tutti quanti che mi chiedono sempre le solite cose, i soliti rock. Tutti che voglio imparare Smoke on the Water senza chiedersi la tonalità, il contesto… poi ora basta andare su youtube per trovare i tutorial su come suonare un pezzo o un riff, il tutto senza sapere tutto ciò che sta dietro.

È un appiattimento che arriva nel momento in cui non c’è stimolo per l’evoluzione, non c’è contaminazione. Le prime città che da sempre sono più all’avanguardia sono città come Napoli, Genova, città portuali, di scambio. In cui diverse culture e tradizioni si mescolano. E questo avviene anche ovviamente nella musica: ad esempio a Genova ci sono tutti questi cantautori come De André o Lauzi che sono dei precursori, dei pionieri. Ad esempio la canzone “Ritornerai” di Bruno Lauzi: li conosci gli accordi? (Alla mia risposta negativa prende la chitarra dal supporto di fianco a lui e accenna una sequenza di accordi, n.d.r.) Ecco senti? Questo pezzo è del 1966. Era impensabile all’epoca una cosa del genere, lui ha sdoganato la bossanova, si sente chiaramente l’influenza sudamericana. Questo accordo di La7+, così aperto e solare, tipicamente brasiliano. E tutto questo è reso possibile dallo scambio, dal non-appiattimento e dalla ricerca che purtroppo ora si tende a trascurare.

Così si conclude l’intervista che ho avuto il grandissimo piacere di fare con Sergio Rossoni, che ringrazio molto, in attesa di ascoltarlo insieme a tanti altri musicisti e filosofi il 13 dicembre all’evento Jazz & Filosofia.

 

Fabio Rossi

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