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Enrico Polesinanti

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Impressioni “Dopo Il Sesso”…

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Lo chiamano alternative o indie pop, anche se di pop ha ben poco. Almeno se per pop intendiamo qualcosa di “vendibile”, passabile alla radio, o minimamente fischiettabile. Niente di eccentrico, di “generazionale”, e nessuna ricchezza armonica nei brani, come da desiderata dei fanatici delle etichette.
Fatto sta che sono “sbarcati” nel cortile del castello estense di Ferrara, per il festival di “Ferrara sotto le stelle 2018”,  questi ‘‘marziani’’, i Cigarettes after sex: band statunitense formatasi a El Paso, Texas, guidata da Greg Gonzales, un ragazzone con la barba bello alto che nel 2008 ha riunito intorno a sé un batterista, un bassista e un tastierista; rilasciando poi un EP nel 2012 con due singoli e un album nuovo di zecca nel 2017 intitolato semplicemente “Cigarettes after sex”.

L’album è abbastanza tosto da digerire a un primo ascolto, rende molto meglio dal vivo… la voce di Gonzales è androgina, ricorda il primo Lou Reed solista e ha anche un che della dolcezza di Molko dei Placebo. La data del 9 luglio di Ferrara è sold out, e il pubblico dei Cigarettes after sex, fatto di non pochi over 30, è un pubblico di nicchia, ‘‘intellettuale’’, fortemente ‘‘fidelizzato’’- conquistato in pochissimi anni e  fatto di giovani e meno giovani che conoscono e cantano a memoria le loro canzoni.

Quella che conta è principalmente l’atmosfera e la fa da padrona un sintetizzatore che va à gogo – ma tutto immerso in un’atmosfera asciutta, minimale, per niente glam. Molto semplice. Anche a livello di performance. Nessuno si strappa i capelli, nessuno urla… sembra quasi una convention di Scientology. Battute a parte, la chitarra elettrica suonata dal cantante è un mero accompagnamento; i veri protagonisti sono il basso e la voce. Una voce che sembra venire dallo spazio celeste a raccontare lente ninna nanne e favole o incantesimi.

I testi sono semplici (“Piccola, sono un vigile del fuoco / Intrappolato in una casa in fiamme / Penso non ci sia via d’uscita / Se non quella di guardare morire l’amore fra di noi” – da Firefighter “Amo vederti indossare nuovi vestiti / E so che sei tutto ciò che penso quando sono solo / Non vedo l’ora di sentire il tuo amore dentro me ora / Ci faremo un drink o due, e andrò a casa tua”, – da Crush “E’ così dolce sapere che mi ami / Dolce, e non abbiamo bisogno di dircelo / Sapere che ti amo, e far scorrere le mie dita fra i tuoi capelli / Quanto è dolce –  da Sweet ) di una semplicità disarmante. Facili da cantare a da ricordare , una poetica ultra minimale e quotidiana che dipinge piccole immagini e scene al limite dello stereotipo con strofe che sembrano brevi haiku. Stessa cosa a livello musicale: la struttura armonica della canzone è ridotta all’osso. La chitarra elettrica esegue al massimo dei mini riff che vanno raramente oltre la singola corda.

La musica dei Cigarettes after sex assomiglia a un viaggio statico, senza gravità (qualcuno ha parlato di dream pop), io direi che c’è qualcosa di stellare e di etereo, a metà tra l’ambient pop di Brian Eno e certe sonorità post rock ( mi vengono in mente gli scozzesi Aereogramme) ma tutto molto più rallentato e semplificato in canzoni nelle quali a malapena si distingue la presenza del ritornello… qualche critico un po’ cattivone ha detto che è musica fatta per addormentarsi.

Quello che conta, come dicevo prima, è soprattutto l’atmosfera, che è un’atmosfera liquida; la batteria nei suoi ritmi lenti produce un suono pesante, profondo, quasi acquatico. La sensazione è quella di un rock assonnato, leggiadro e vellutato, ma non per questo poco sicuro di sé. Alcuni brani sono di una semplicità e di una dolcezza  quasi diabetica. Ma anche dove emergono nei testi o nella musica note tristi c’è sempre un’atmosfera di pace e di calma, come se il dolore venisse lenito o il piacere trattenuto e assaporato con lentezza e senza alcuna fretta (d’altra parte dopo il sesso non si può correre ma soltanto rimanere nel languore post orgasmico, fumando tutt’al più del buon tabacco… “cigarettes after sex” appunto.. canzoni come sigarette degustate e assaporate lentamente dopo l’amore).

Non sono canzoni lente, sono canzoni rallentate – se fossero velocizzate sarebbero puro minimal rock all’inglese. Se fossero fotografie sarebbero radiografie fluttuanti, musicali… persino la “scenografia” del concerto è ultra minimale: pura luce bianca e semplice fumo. Anche l’atteggiamento della band rispecchia questa scelta minimal: vestiti in nero, nessun accenno o occhieggiamento glam, un modo di presentarsi e di stare sul palco assolutamente anti-iconico.

La loro musica non è solo nelle note, ma nello spazio fra una nota e l’altra. E in questo centrano perfettamente il loro obiettivo, così come la dolcezza della voce di Greg che è perfetta. Ma il loro limite è quello di essere questo, e nient’altro che questo, senza riuscire mai a trasmettere quel sublime senso di estatica trascendenza unita a un pizzico di maliziosa trasgressività che aveva saputo rendere grandissimi, ad esempio, i Portishead.

Quella che Greg Gonzales e i suoi colleghi hanno scelto di mettere in pratica è una suadente formula circolare che si ripete come in un loop senza fine (e se è vero che, come diceva Prince, “there’s joy in repetition”, il gioco funziona). Volendo essere un pochino cattivelli, ci si potrebbe chiedere magari a fine concerto “ma quale canzone ho sentito? Una o dieci?” Tanto magmatica, uguale a se stessa, in-definita sa essere la loro musica.

Ma il concerto, giustamente, dura solo un’ora. (E tornando alla metafora iniziale, un’ora di buon sesso non è mica male…). Come dargli torto.

Enrico Polesinanti

 

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