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Il Miguel Zenòn Quartet Conclude Col Botto La Collaborazione Con Il BJF

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La florida collaborazione tra il Bologna Jazz Festival e il Jazz Club di Ferrara si conclude con una serata d’eccellenza, che vede come protagonista il quartetto del compositore e sassofonista portoricano Miguel Zenòn, composto dal pianista Louis Perdomo, dal contrabbassista Hans Glawischnig e dal batterista Henry Cole. In valigia portano, assieme a idee incisive e tanto senso di libertà, il loro ultimo lavoro in studio intitolato Tipico.
L’impronta sonora del gruppo mantiene la sua integrità per l’intera durata dell’esibizione.
Due ore di atmosfere ispirate, ritmi coinvolgenti e fraseggi intriganti.

Il coinvolgimento dell’intero pubblico è palpabile: tra applausi soddisfatti, versi entusiasti e qualche canonico “YEAH!” jazzistico, la serata scorre in modo piacevole.
Zenòn è una macchina da guerra: le sue dita danzano sulle chiavi del sax contralto, le frasi si imprimono con incisività nella stesura dei brani. Non toglie però mai spazio agli altri componenti, lasciando il palco durante le loro improvvisazioni per limitarsi ad accompagnare.
Non è da meno Louis Perdomo, perfettamente a suo agio tra i tasti bianchi e neri e maestro nel cogliere le più evocative armonie e nell’addolcire l’intero contesto sonoro, spesso tendente all’aggressività e alla sferzante libertà dell’improvvisazione. Il suo suono si intreccia assieme a quello di Zenòn, fino a formare un intarsio di colori e magia.
Il sostegno offerto dal contrabbassista Hans Glawischnig è preciso e infallibile: le sue linee non sono mai scontate e supportano l’evolversi delle strutture dei pezzi con rispetto e pertinenza.
Altrettanto pertinenti sono i commenti del batterista Henry Cole, qui nelle vesti di improvvisatore scatenato. È sempre ispirato, cristallino, preciso e travolgente; il campionario dei suoni che è in grado di sfoderare dai fusti e dai piatti è ricchissimo, il suo approccio ai tamburi passa per diversi strumenti: bacchette, mallets, spazzole, bamboo sticks e addirittura mani nude.
Il linguaggio del quartetto, dotato indubbiamente di una fortissima personalità, si traduce in un costante climax crescente, evidente in ogni singolo brano proposto. Persino le ballad sono caratterizzate da un crescendo: da un pianissimo accennato ad un fortissimo esplosivo.
Se proprio dovessimo sforzarci di attribuire un’etichetta al genere che abbiamo ascoltato, sarebbe forse opportuno parlare di latin jazz, ma solo perché di tanto in tanto abbiamo percepito qualche accenno tipico del genere; magari un tumbao del pianista, un bajon del batterista o degli obbligati collettivi che seguivano figurazioni ritmiche sincopate. L’esibizione è stata in realtà teatro della più assoluta libertà ed espressività individuale, priva di ogni costrizione dettata da un qualsivoglia genere musicale.

 

Olivia Santimone, Stefano Guarisco

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