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I Love Degrado – Il Loro Primo Lavoro In Studio

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L’inesorabile declino della civiltà Occidentale – l’esotismo a buon mercato dei bazar, di certo è un titolo che non lascia indifferenti. Forse difficile da ricordare, lungo ed enigmatico, potrebbe far pensare al punk, oppure al grunge o magari all’indie contemporaneo, ma il primo lavoro degli I Love Degrado non presenta niente del genere: la componente principale di tutto il disco è l’elettronica. Non un’elettronica spiccia, effimera e superficiale (come quella nei grandi saloni che assorda la gente, magari con qualche cocktail di troppo in mano, incurante del genocidio delle utili cellule cerebrali), bensì ispirata, perlopiù distesa ed estremamente espressiva.
Ma chi sono gli I Love Degrado?
Un duo relativamente giovane, nato nel 2013, caratterizzato dall’unione degli studi sul jazz e l’improvvisazione del batterista Riccardo Frisari con quelli della musica elettronica e la Kosmische Muzik del bassista Andrea Guerrini. (Se volete saperne di più, allego il link alla pagina web:  www.ilovedegrado.com – da qui potete trovare tutti gli altri link utili).
Ma loro non sono solo un duo basso e batteria, non si presentano come dei meri esecutori con poche idee, non hanno nulla a che spartire con quei  musicisti diplomati la cui ambizione ultima è esibire ciò si ha imparato negli intensi anni di studio. Il disco non presenta vuoti virtuosismi che al giorno d’oggi (epoca in cui la musica ha raggiunto livelli pazzeschi e la tecnicità di alcuni musicisti starebbe forse meglio sotto al tendone di un circo piuttosto che su un palco) risulterebbero inflazionati, nè superficialità o frammenti sonori buttati lì per caso: c’è cuore, passione, dedizione e tanta atmosfera.
Nel dettaglio…

L’album si apre con Pink Dress Myself. Un arpeggio di piano speranzoso si appoggia su tenui, lontani archi effettati e dopo poco si evolve in un richiamo al Grande Spettacolo Nel Cielo; quasi ci si aspetta quei vocalizzi prodigiosi, ma di voce in questo lavoro non ce n’è… Non nel modo in cui siamo abituati ad intenderla, almeno: ci sono delle parole di sottofondo, ma sono distorte, graffianti, aliene.
L’eco dei suoni sfuma ed erompe il secondo pezzo, Fine Trauma. La batteria è melodia, sovrasta un mondo oscuro e chiassoso, una realtà fatta di organi dalle canne spezzate. Il basso distorto rende il tutto più opaco. Synth ritmato improvviso, la velocità raddoppia e il brano si fa più ballabile, ma non meno cattivo. Tira, tira di brutto il finale.
Decollo, sempre più su, oltre il cielo, verso infinità dello spazio. Saturno Viola parte con una tempesta di suoni e piatti che inaugura la passeggiata nel vuoto dell’universo. Si sviluppa su una base ritmica appoggiata, un half time shuffle lento ma poderoso. A metà, dopo che delle voci inumane hanno espresso concetti molto tecnici sulle varie forme dell’arte recitando degli estratti del libro “L’Arte Dei Rumori” di Luigi Russolo, il brano si ferma e riparte con un altro tempo, cambiando i connotati. Finisce il viaggio e si approda su un altro pianeta (questo frangente ricorda l’Angelo dei Massive Attack, ed è meraviglioso).
Il successivo, Metti Un Pomeriggio A Milano, si discosta molto dalle atmosfere precedenti. Cassa predominante, charlie e tambourine in levare, un basso malato (che rimanda alla lontanissima il grunge dei Nirvana di Come As You Are), chitarre distorte ed effettatissime sull’inciso, tanta psichedelia e tanto ritmo.

Due Terzi succede il pomeriggio a Milano. Il tappeto ritmico ricorda alla lontana quello del tango (tre più tre più due quarti, o ottavi a seconda della sezione – da qui si suppone il nome Due Terzi), ma c’è una nota di basso fissa sul primo tempo della battuta che rende il pezzo notevolmente immersivo. Crescendo centrale per poi diminuire e riprendere con più enfasi. E’ un viaggio a velocità costante in un paesaggio esotico, più terrestre stavolta.
L’errare senza meta riporta in orbita: Degrado Alla Seconda è disteso, lento e spaziale… Per lo meno all’inizio, visto poi che esplode, torna sulla Terra e diventa un pezzo veloce, distorto, che si alterna a una sezione rilassata e ad una metal. Finisce disteso ma acceso, con una sospensione ben piazzata. La seguente, Cosmonauti, già dai primi suoni fa venire in mente i film di fantascienza ambientati tra le stelle (Mission To Mars in primis). La capacità del duo di creare atmosfere viene espressa all’ennesima potenza; sono abili a rendere armonia dei suoni che presi in singolo risulterebbero molesti e a inserire nel contesto, un contesto per nulla semplice, dei buoni riff di chitarra rock-blues alla vecchia. Consigliatissimo.

Poi si torna ancora coi piedi per terra. Il pianoforte di Cursor è centrale, latore di tante storie che però non vengono narrate a parole. Il basso gioca coi racconti e approfondisce, ornando con pertinenza il mood del brano.
XIII, penultimo, comincia con cacofonie assordanti, a tratti fastidiose. Fischi, distorsioni e cembali bussano con prepotenza ai timpani. Un gong giunge lontano, cresce di volume ma il rumore non si doma, anzi aumenta. E’ tutto un intensificarsi di molestie uditive e tensioni fino al rilassamento finale, in cui tutto si spegne. E’ forse questa la reale rappresentazione del titolo dell’album mescolato col nome del duo?
Epilogo: Eros, un titolo che suggerisce qualcosa di romantico e gradevole. Beh… Romantico forse no, ma gradevole alquanto. Questo è un brano che esce dalla quadratura del quattro quarti (undici, poi tredici e infine quattro sugli incisi), ma lo fa con estrema musicalità. I ritornelli sono esplosivi (parenti nemmeno troppo lontani di quelli dei Tool), il sound si inasprisce sempre più fino a trovare il finale; un’autentica chicca quest’ultimo: un iconica sigla jazz d’epoca, effettata però, “azzoppata” e remixata.

L’inesorabile declino della civiltà Occidentale – l’esotismo a buon mercato dei bazar, è un lavoro accurato ed estremamente godibile. I suoni sono appropriati e ragionati (raramente nelle produzioni nostrane mi è capitato di sentire dei suoni di batteria così vivi, caldi ed espressivi), inoltre il contrasto tra uomo e macchina, tra sound “organico” e digitale, insomma tra musica acustica ed elettronica non solo rende l’ascolto molto piacevole, ma dimostra anche le enormi potenzialità di questa giovane componente musicale. Capita che ad alcuni musicisti venga da storcere il naso non appena sentono la parola elettronica, magari perché si immaginano musiche obliabili e profonde quanto un foglio di carta che dovrebbero far ballare (non si sa come, ma con tanta gente ci riescono pure), ma la storia della musica è piena di gruppi che hanno fatto di questa componente il loro ariete per letteralmente sfondare le pareti del successo e a mio avviso il loro contributo non è da sottovalutare. Così come non sono da sottovalutare gli I Love Degrado, la cui spaziale creatività vi sorprenderà di certo.


Stefano Guarisco

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