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Simone Guidi

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I Foul Up: Una Band Che “Inquina” Le Menti

I Foul Up: Una Band Che “Inquina” Le Menti

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È il 26 di dicembre, sono in macchina e c’è un freddo cane, sto andando all’Enjoy Club di Gualdo e su Spotify passa “Come Together” dei Beatles, ma so già che questa sera non andrò a vedere i Beatles, anche se le sensazioni che proverò potrebbero ricordare una Londra degli anni sessanta, questa sera andrò a vedere i Foul Up.

Chiamateli L.S.D., chiamateli Foul Up, ma alla fine sono sempre loro: Vittorio Formignani (voce e chitarra), Raffaele Cirillo (cori e chitarra), Raffaele Lazzari (cori e basso) e Luca Veronesi (batteria); questi sono i ragazzi che per due ore mi hanno fatto dimenticare di essere nel 2017, lo stile, i modi di essere, gli ideali trasmessi, tutto di loro trasudava gli anni sessanta, e non puoi non esserne contagiato.

Ma andiamo con ordine per chi non li conoscesse.
Nascono come London Sixties Dream, infervorati da uno spirito pronto a dare una nuova vita a quella musica che ha elevato Londra a capitale del mondo negli anni sessanta, ma con una sottilissima differenza: non sono una cazzo di tribute band dei Beatles! La prima qualità che si nota di questi Foul Up, nati dalle ceneri degli L.S.D., è la necessità di comunicare un messaggio, la necessità di trasferire un’emozione, la necessità di far comprendere al pubblico che li osserva il loro ideale.

Ideale… è una parola ormai sconosciuta al grande pubblico, una parola che ormai sembra non appartenere più al nostro tempo, invece i Foul Up ci ricordano che la musica è fatta di ideali in cui credere e che devono essere raccontati per un’esigenza così forte del musicista che non riesce più a trattenerli dentro di sé ma deve urlarli a squarciagola su un palco.

Conosco i chitarristi di questa band da anni, parlando con loro prima del concerto mi raccontavano che avrebbero creato uno spettacolo basandosi unicamente su loro inediti, aggiungendo solo una versione riarrangiata di “My Generation” degli Who, questa notizia a molti può sembrare scontata ma non è così, poiché nelle realtà locali si è soliti ascoltare unicamente cover band o tribute band, poche sono quelle formazioni che possono vantare un repertorio di loro inediti così vasto da basarci un concerto di due ore, intervallato da poche pause, fatto solo di musica e parole. Questa secondo me è la lode più grande da fare ai Foul Up, questa voglia irrefrenabile di raccontarsi, a tal punto da sfornare canzoni come pane; Ed Sheeran in un’intervista diceva: “tutti sono buoni a scrivere canzoni, ma sono pochi quelli che riescono a scrivere belle canzoni”, per scrivere belle canzoni però bisogna lavorarci, non arrivano così, senza impegno. Il loro impegno invece si sente tantissimo, e chissà che queste canzoni non possano essere apprezzate anche da altri, brani come la loro nuova “Mrs Satan” fa capire quanto vogliano dare un messaggio sociale dentro il loro essere musicisti, anche questa grandissima qualità che è stata dimenticata nel tempo.

Durante il concerto sono stati vari gli interrogativi sulla società che i Foul Up hanno lasciato al loro pubblico, come ad esempio: “La musica è solo intrattenimento e divertimento? Oppure è una potenza capace di smuovere e far vibrare gli animi?”, non davano mai una vera e propria risposta, lasciavano la volontà di rispondere a coloro che li stavano ascoltando, come per “responsabilizzarli” di fronte ad una musica creata non solo per divertire, ma anche per far riflettere.

All’inizio di questa storia che vi ho voluto raccontare, ho detto che potevate chiamarli come volevate, L.S.D. o Foul Up non faceva differenza, invece alla fine del concerto mi sono accorto che di differenza ce n’era: di solito le band cambiano nome quando cambiano i componenti, in questo caso invece i componenti sono sempre gli stessi, sono semplicemente cambiati gli ideali, si sente ancora tanto degli L.S.D. ma si nota un grosso processo di crescita nella composizione e nella scrittura, che rendono i Foul Up loro stessi, senza possibilità di paragone con altri, soli con le loro idee da urlare a squarciagola su un palco… beh allora direi che è ora di starli a sentire.

Simone Guidi  

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