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Forgetting You But Not The Time: 15 Anni Di American Idiot

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Tutte le volte che parlo di American Idiot, non riesco mai a rendergli giustizia. Anche ora, fatico a trovare le parole giuste. Per me è stato più di un disco, più di un CD consumato nel Sony Walkman, più di un vero e proprio fanatismo nei confronti dei Green Day che mi ha portato in un anno a completare la loro discografia e a vederli dal vivo un paio di volte, eccezionali in entrambe le occasioni. Per me American Idiot è stata l’azione complicante, è stata la molla che mi ha spinto a riprendere in mano la chitarra dopo un anno e mezzo. Ma è stato soprattutto il motivo per cui ho cominciato a scrivere canzoni. La musica non sarebbe ancora una parte fondamentale della mia vita ed elemento imprescindibile per il mio equilibrio mentale se non fosse per questo disco.

Lo scoprii tardi, a 2005 inoltrato, quando i singoli Holiday e Boulevard of Broken Dreams e i loro rispettivi video erano pressoché inevitabili in tutte le radio e su MTV, quando ancora si chiamava Music Television.
A primo impatto mi colpirono la musica – veloce, ruvida, energica – e l’estetica – il makeup intorno agli occhi, tutto quel vestirsi di nero – che, dal basso del mio essere un ingenuo adolescente campagnolo, rappresentavano ai miei occhi e alle mie orecchie qualcosa di totalmente inedito.

Confesso che fui attratto dalle tinte politiche dell’album, inserite in dosi sufficienti da poter attecchire in un pubblico di quindicenni come me, che non avevano una visione strutturata e organica della politica, ma che erano sempre più disgustati da una classe dirigente ipocrita ed egoista. In questo AI poteva applicarsi benissimo anche alla situazione italiana: se negli Stati Uniti c’era George W. Bush, in Italia c’era Berlusconi. E se i riferimenti a quel presidente americano (“Seig Heil to the President Gasman!”) e alla guerra in Afghanistan incapsulano le canzoni in un determinato momento storico, lo scenario dipinto dalla title-track (“One nation controlled by the media / Information age of hysteria”) risulta altrettanto vero oggi, nell’epoca dei social network, delle fake news, dei Trump e dei Salvini.

Ma le vaghe dichiarazioni politiche, per quanto urlate con lo scopo di far incazzare più persone possibile, fanno solo da sfondo alla storia raccontata in AI, la storia di una gioventù che cercava di trovare il suo posto nel mondo in una società post-11 settembre alimentata da paura, rabbia, odio e paranoia, una società in cui l’incantesimo del “sogno americano” sembrava essersi spezzato per sempre. 

È la storia di Jesus of Suburbia, adolescente insoddisfatto della propria vita che fugge da una famiglia disastrata e da una periferia alienante per andare in città, alla ricerca di un significato e di una rivoluzione, personale e non. Qui, dopo l’entusiasmo iniziale generato da una nuova prospettiva, comincia a dubitare della propria scelta, si sente depresso e isolato e finisce per mischiarsi con brutte compagnie (St. Jimmy), facendo uso di droghe e indugiando in comportamenti autodistruttivi. Riesce a trovare l’amore, una relazione breve e appassionata con una ragazza (Whatsername) che tiene il suo cuore come una granata, lo maneggia con cura per poi gettarlo via pochi secondi più tardi. Nuovamente solo, il nostro JoS “uccide” le dipendenze e le cattive compagnie e decide per optare per una vita normale e un lavoro da scrivania, per poi ritornare al punto di partenza, a quella tanto vituperata periferia dal quale aveva ardentemente desiderato di scappare.

A rileggerla, la trama non sembra essere il massimo dell’originalità e la linea narrativa lascia all’ascoltatore il compito di interpretare diverse cose, ma tutto ciò sarebbe stato decisamente meno digeribile se le canzoni non fossero state così grandiose. A cominciare dall’esplosiva title-track, un perfetto numero d’apertura che in tre minuti scarsi prende il classico sound del trio californiano e lo eleva ad un livello più serio e anthemico, per non parlare del già sopracitato uno-due Holiday / Boulevard of Broken Dreams o della struggente power ballad Wake Me Up When September Ends.

Nel periodo precedente alla nascita di questo disco i Green Day stavano attraversando una sorta di crisi di mezza età. Attiva già da quasi 20 anni e lontana dai fasti di Dookie, la band era diventata una riverita istituzione del pop-punk che stava vivendo un lento e graduale declino commerciale, complicato da uno stallo creativo, a sua volta suggellato dall’aver subito il furto dei nastri del demo del nuovo album, ritrovato anni più tardi e intitolato Cigarettes and Valentines.

Al contrario, American Idiot è indubbiamente il lavoro di una band al proprio picco creativo e compositivo, è il frutto di una cura chirurgica e maniacale, non solo nella registrazione delle canzoni, durata oltre un anno, ma anche nella creazione delle stesse: di questo sono un chiaro esempio le due epiche da nove minuti Jesus of Suburbia e Homecoming, in apertura e in chiusura dell’arco narrativo. Billie Joe, Mike e Tré sembrano rivitalizzati e al massimo della forma anche nei momenti di normale amministrazione per la band (St. Jimmy, She’s A Rebel), riuscendo a perfezionare un sound già consolidato, rendendolo più vario e versatile con l’inserimento di diverse soluzioni stilistiche. 

La forza di AI non risiede tanto nell’essere riuscito a produrre 5 singoli di successo, ma nella sua storia, articolata in una tracklist di 13 canzoni meticolosamente arrangiata, in cui gli elementi tematici sono importanti tanto quanto quelli musicali. Ripartendo praticamente da zero, con questo disco i Green Day non hanno avuto paura di osare, di puntare in alto guardando ai pilastri del rock. Hanno dimostrato di essere una band che ha qualcosa da dire, costruendo, con coerenza e carattere, un album nel vero senso della parola, una cosa che oggi, era delle playlist, suona splendidamente anacronistica.

Ma come per ogni grande album le canzoni migliori non sono i singoli e nemmeno le tracce più ambiziose ed elaborate: sono due brani nascosti nella seconda metà della scaletta, due pezzi apparentemente standard ma che si rivelano essere due punti focali nello spirito del disco. 

La prima è Letterbomb, una devastante lettera che la ragazza scrive al protagonista per scaricarlo. In 4 minuti di furioso punk rock la canzone ne disserta le motivazioni, demolendo il protagonista, che dal martire / leader dell’America dei giorni nostri che credeva di essere, dal teenager che combatte contro le opprimenti regole della società, è inconsapevolmente diventato l’idiota americano che segue la massa e che subisce apaticamente la realtà. In ultima istanza Letterbomb diventa una chiamata alle armi, un’esortazione a prendere in mano la propria vita (“You better run for your fucking life / It’s not over ‘til you’re underground / it’s not over before it’s too late”), un invito a fare realmente qualcosa, una volta che abbiamo espresso il nostro disagio.

La seconda è il brano che chiude l’album, Whatsername, un brano in cui il nostro protagonista, tornato all’ovile, rimpiange di aver perso la ragazza, rimuginando sui ricordi che ha di lei, ancora così vividi nella sua mente. Whatsername rappresenta la fine della giovinezza, la fine dell’innocenza, rappresenta tutte quelle persone che hanno fatto parte della nostra vita in gioventù e che, nonostante abbiano preso strade diverse, non se ne andranno mai perché ci hanno reso ciò che siamo oggi. Gli ultimi potenti versi della canzone (“And in the darkest night / if my memory serves me right / I’ll never turn back time/ Forgetting you, but not the time.”) sono un meraviglioso tributo a una giovinezza sbiadita, versi che mi fanno decisamente più male adesso, alla soglia dei 30 anni.

American Idiot è un classico che ha definito un’intera generazione e che rimane indissolubilmente legato al periodo storico che l’ha ispirato. Orde di ragazzi a metà degli anni 2000 hanno trovato in questo disco una voce per tutte le loro emozioni, paure, frustrazioni e insicurezze proprio come le generazioni precedenti l’hanno trovata in Springsteen, in Dylan o negli Who.
I 15 anni trascorsi e i numerosi adattamenti (documentari, musical e film di prossima produzione) ne avranno certamente diminuito l’impatto e la magia, ma non hanno mai smentito il fatto che American Idiot sia stato forse l’ultimo grande album rock di successo della storia.
Un disco epocale ma al tempo stesso intramontabile, che ha segnato una svolta non solo in chi l’ha scritto e l’ha suonato ma soprattutto in chi l’ha ascoltato. Uno di quei dischi che capitano una volta nella vita e che non si ripeteranno mai più, ma che in qualche modo rimarranno sempre con noi. Proprio come i nostri 15 anni.

 

 

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