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Raffaele Cirillo

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Ermanno Costa: Lo Sciamano Del Blues

Ermanno Costa: Lo Sciamano Del Blues

Raffaele Cirillo

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ph. by Jacopo Aneghini

Nato a Spazzate Sassatelli, il suo “crossroads” tra le province di Ravenna, Bologna e Ferrara, di tradizioni contadine, non ha mai avuto un felice rapporto con la scuola, già a 13 anni la casa gli stava “stretta” e scappava spesso per andare a vedere Finardi, Battiato, Area, Claudio Rocchi nei festival di Milano e Miles Davis, B.B King nei Festival Jazz di Bologna e i Jethro Tull nel ‘71-72. “Avevo voglia di conoscere, imparare, vedere show pazzeschi con il palazzetto pieno.” dice Costa. Comincia la sua avventura nella musica grazie allo zio, appassionato di Elvis, che gli regala una scatola di 45 giri, fra cui c’erano Beatles e Bob Dylan. Da lì iniziò a comprare dischi, prima per collezionismo, poi divenne la sua droga: “ho aperto un negozio specializzato, con cui vendevo in tutt’Italia e organizzavo aste”, dice…  “tutto questo finché è esistito il vinile”.

Cosa ti piaceva di più sentire?

Noi la musica la ascoltavamo tutta, non facevamo distinzioni, c’era la discoteca dove i musicisti suonavano davvero, la musica bella era quella commerciale allora: il rock, il jazz, l’indiano, il cantautorale. A me piaceva Frank Zappa da bambino, mentre dell’hard rock adoravo i Black Sabbath, all’inizio più dei Led Zeppelin.

Cosa ti ha attirato dell’armonica? É il tuo strumento preferito?

Lo strumento che mi piace di più è la cornamusa, subito dopo l’armonica, strumento che ha iniziato a piacermi attraverso Bob Dylan, per il suo suono, ma la scoperta è stata John Mayall che era presente su tutti gli scafali negli anni ‘70. Inoltre é lo strumento principale del Blues, diciamo, quindi tutti i dischi in cui era presente un armonicista io li compravo per sentire come suonava. Mi piaceva soprattutto l’armonica diatonica, la cromatica non molto e nemmeno tutt’ora. La mia ispirazione infatti è sempre stata folk, folk rock, un genere non voglio dire politicizzato… ma denso di valori un po’ impegnati, un genere dove predominano il pensiero e l’anima, come nell’arte… un espressionismo selvaggio.

Anche per te la musica rappresenta aggregazione?

Adesso tutti parlano di Jam Session; 5-6 anni fa ho iniziato a organizzarne alcune. Ha funzionato per un po’, poi i giovani si sono dispersi e adesso invece tutti vogliono fare jam session.. perché? Non ce n’è uno che sa stare assieme all’altro, come faranno a suonare assieme? non lo so… è un momento elevatissimo, ma per suonare assieme ci vuole anche rispetto.. ora son tutti bravi, fanno tecnicismi che non c’entrano niente. Sembra sempre una gara tra pavoni, a chi è il più “bello”, una mentalità sbagliatissima! Bisogna cambiare il modo di pensare… e anche quello di suonare. É un fatto culturale, bisogna far crescere la gente, questa è stata la missione della mia vita, perché ho capito che questo è importante: la rivoluzione che fai in te… Sono stato 60 anni senza soldi… sono stato talmente tanto disagiato che la croce l’ho portata con non poca fatica… ma sono un ribelle e non mi sono mai piegato… non si mangia? No! Si deve mangiare l’arte, questo è il cambiamento! Prima la poesia poi la materia. Dobbiamo avere rispetto per la natura, per le regole… e nel blues ci ho trovato la metafora della vita: con l’essenziale puoi essere un signore, come i musicisti scalcinati del Mississippi, che puoi ascoltare in teatro a Londra, con il loro fInto smoking… sono persone vere. Puoi andare ovunque se sei un signore e se sei vero: non c’è la necessità di stupire, basta essere sé stessi per essere vincenti.

Com’è avvenuto il tuo incontro con il blues?

Io ho vissuto la fine degli anni ’70, dove dominavano il punk, cresta e capelli rossi…ed è stato il punk con la sua potenza a farmi tornare indietro, al blues, all’energia primordiale, selvaggia, sporca e rude. Il blues per me è uno stile di vita e rappresenta l’essenziale, essere sé stessi, non vergognarsi, un outing che a me è servito come metafora per risolvere i problemi interiori… – Si dice il blues ti sceglie – Ti sceglie, è vero! Non sai perché, non riesci più a staccartene. Anzi cerchi di approfondire, di capirne l’essenza, che è togliere il superfluo. Non sono necessarie scale doriche, ioniche, ma l’intenzione, perché il blues è uno stato d’animo. É questo quello conta: una nota è già sufficiente per essere una composizione. Io prima di suonare ad un concerto non provo mai, salgo sul palco e tiro fuori il me stesso del momento.

Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali?

Bob Dylan, Nick Drake per il cantautorato, poi Paul Butterfield. Hendrix è un santino, dopo 40 anni che lo conosco è ancora un personaggio che rimane indelebile dentro di me, un mito insieme a loro tre. Per il jazz adoravo i Nucleus e i Soft Machine, gruppi inglesi che si ispiravano a Miles Davis.

Il blues può essere il linguaggio?

Sì, è “Il Linguaggio”, è sempre attuale, può unire i popoli grazie alla sofferenza che si prova in ugual modo in tutto il mondo, con il disagio che è sempre maggiore, su una storia che è sempre uguale.

Come hai iniziato a organizzare festival?

Passando da Bologna per caso, in Piazza Maggiore ho sentito un armonicista che suonava Little Walter, era Andy J. Forrest nella sua prima data in Italia. A fine serata sono andato a parlarci e l’ho convinto a venire a suonare ad Imola. Fu un successo da matti. Poi da cosa nasce cosa… Junior Wells, Buddy Guy. A Milano c’era Giancarlo Crea, che ha saputo che organizzavo concerti, allora mi disse che in giro c’era Sam Myers, il cugino di Sonny Boy Williamson, e dopo un mese l’ho portato anche lui a Imola. Poi la cosa è diventata più grande quando Treves mi ha informato che c’era John Lee Hooker. Mi sono fatto prestare 8.500.000 lire e ho portato anche lui; poi ho portato Peter Green, Bo Diddley, la band di Muddy Waters, Willie Smith.

Come vedi il futuro del blues?

Siete voi. Io spero in voi, non dovete demoralizzarvi. Di crederci ce n’è bisogno adesso più che mai! Tutti gli ibridi faranno fatica, in generale ci vuole passione, bisogna crederci.

Se potessi andare indietro nel tempo dove andresti?

Ho solo un rimpianto: ho perso Jimi Hendrix per un anno e mezzo, quella cosa mi manca, e se avessi potuto dare quell’ anno e mezzo in vita l’avrei fatto, senza pensarci due volte.

Come è la nata la tua passione per la musica?

Io ero uno sportivo, giocavo a basket, dicevano che avevo un futuro, poi però niente, ho scoperto questa musica, ho piantato tutto e basta. Il palazzetto l’ho riempito di gente in altro modo!

 

Ringraziamo Ermanno Costa per i preziosi consigli, l’esempio di vita, per il tempo dedicatoci nonostante la grande distanza che ci separa e per la grande motivazione che ci ha dato nel continuare a far vivere il blues.

Raffaele Cirillo, Paolo Concato, Roberto Morandi

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