wahwah news

Jacopo Aneghini

Jacopo Aneghini

Quattro Chiacchiere con i Dia Logo

Quattro Chiacchiere con i Dia Logo

Jacopo Aneghini

Jacopo Aneghini

immagini
swipe up!

4 Novembre 2016, Teatro De Micheli, Copparo (FE). Sta per iniziare l’ormai tradizionale concerto per beneficenza dei Dia Logo, band ferrarese che riunisce diversi tra i migliori musicisti della scena locale e non solo, e prima di montare la macchina fotografica per immortalare la serata mi addentro nei camerini assieme al fondatore e chitarrista, Sergio Rossoni, e ai due cantanti, Alex Mari e Valentina Piccinini, per scambiare quattro chiacchiere con loro e conoscere meglio questo progetto.

I Dia Logo riescono a mescolare con il jazz repertori che al jazz non sono tanto affini, riuscendo ad ottenere un risultato sorprendente. È così infatti che da diversi anni, dai loro strumenti riusciamo ad ascoltare repertori di Lucio Battisti, Lucio Dalla e Sting in chiave jazzistica. La band ha unito alcuni tra i migliori musicisti sulla scena locale: oltre ai già citati troviamo anche Christian Vincenzi alla batteria, il M° Stefano Melloni ai sassofoni e Renato Fregna al basso. E il risultato, si sente: l’approccio di ciascun musicista è fenomenale, e tutto si lega alla perfezione con arrangiamenti ben studiati e, senza troppi giri di parole, belli. E riuscire a dire, oggi, di ascoltare musica proprio bella, a parer mio è forse uno dei più grandi complimenti. Conosco Alex, Valentina e Christian personalmente da alcuni anni, e ho accompagnato Alex al basso nel suo progetto solista, ma ho voluto addentrarmi di più in questo progetto per riuscire ad apprezzarlo a pieno.

Com’è nato il progetto Dia Logo?

– Sergio: È nato da un incontro tra me ed il mio amico, ora scomparso, Remo Rimessi. Dopo tanti anni ci siamo rincontrati per caso ed è risorta la nostra amicizia degli anni ’80, ed abbiamo deciso di farci qualche suonata assieme. Da lì è nata l’idea di chiamare Valentina, e cominciammo a suonare brani di Mina, soprattutto per divertirci suonando…jazz! Insomma, il jazz alla fine fa bene alla vita!

Siete un gruppo molto variegato, infatti comprendete varie generazioni di musicisti. Questo agli inizi è stato difficile o anzi, ha contribuito con quel qualcosa in più al sound della band?

– Sergio: Il qualcosa in più non lo dà di certo l’età o il periodo in più che ognuno ha vissuto, ma lo dà la qualità, lo danno le idde: le idee, non hanno sesso e non hanno età (che parole meravigliose! n.d.r.). Inoltre c’è uno stare insieme sano, e quando c’è questo, sei già molto avanti e ti aiuta tantissimo. Anzi, se ti devo dire la verità, caro Jacopo, io mi sento ancora dieci anni, anche se la faccia dice il contrario!

Ciascuno di voi ha diversi background musicali, per via dei propri studi o anche semplicemente per ciò che si ascolta. Ciò ha aiutato la composizione e l’arrangiamento dei brani?

– Sergio: Dal momento che si canta e si suona assieme c’è uno scambio, come dicono i ragazzi “ci si irrora”, ci si contamina a vicenda. Ovviamente io ho un po’ la paternità di questo progetto, ed ho fatto delle scelte, ma delle scelte mirate: prima si parla della persona, e poi della qualità, ma quella comunque dopo arriva un po’ da sé.

Avete scelto di reinterpretare in chiave jazz repertori che non lo sono, o perlomeno non prettamente. Quindi, che cos’è per voi il jazz e come lo vivete? Perchè dire jazz, è dire tutto e non dire niente, un po’ come per tutti gli altri generi poi.

– Sergio: Hai ragione, “jazz” è una parola molto aperta. Questa domanda però la devo girare a loro, infatti per me il repertorio jazz è anche il repertorio classico, da temi come Impression, So What, quello che poi è il Real Book, il linguaggio jazzistico. Poi dopo, il fatto che io mi diverta a suonare Battisti è una conseguenza, ma non cambia niente. Mi ricordo quando lavoravo in America, che suonavo jazz facendo “da ballo”. Autumn Leaves, e tutti i temi classici, là si ballava questo, come dai noi si balla il liscio!

– Valentina: Invece per noi l’avvicinamento al jazz avviene in maniera contraria, infatti ci siamo avvicinati al jazz e ai suoi standard proprio attraverso il progetto Dia Logo. Come poi per Battisti, ho cominciato che praticamente non l’ascoltavo neanche. Da lì poi tutto viene da sé, dall’arrangiamento dei brani all’approfondimento in generale del genere.

– Alex: Io il jazz l’ho sempre visto come lo swing un po’ più in generale, ma comunque come qualcosa di abbastanza complicato da ascoltare. In realtà ha mille sfumature: infatti ora lo vivo come un insieme, un incontro tra diversi mondi, e lo apprezzo quando lo sento in altri contesti, ad esempio il prog. Mi ha dato una chiave di lettura della musica in più, nonostante credo di essere quello che ha un approccio più “pop” verso questa musica.

Nel futuro di questo bellissimo progetto, pensate di integrare anche repertori di altri artisti?

– Valentina: Sicuramente, infatti siamo già richiesti a Vienna (dove hanno già suonato due volte, n.d.r.) nel 2017 con un repertorio dedicato a Fabrizio De Andrè. A Vienna non abbiamo mai portato Sting, perché apprezzano tantissimo e molto di più la musica italiana.

– Sergio: Verissimo, all’estero sono apprezzatissimi ancora I Cugini Di Campagna, Celentano, Toto Cutugno, per via della melodia italiana. C’è un episodio singolare: in America infatti, i figli e nipoti dei nostri emigrati ascoltano e vanno matti per Il Volo, che per noi è inspiegabile il motivo, ma è un fenomeno. Magari fa più successo Il Volo di Pat Metheny, e ti chiedi “Ma com’è possibile una cosa del genere?”. Eppure è così. Ma chiariamo: è musica leggera. E noi Dia Logo sostanzialmente ci basiamo su questo: non cambiamo mai troppo la melodia, in modo tale da riconoscere sempre il terreno sottostante quando ti muovi. Ci spostiamo verso il jazz ma poi torniamo sempre su terreni conosciuti, e questo sembra piacere molto.

C’è stato un album che vi ha cambiato la vita, musicalmente parlando? Che non per forza è il vostro preferito, ma che dopo quel disco avete ascoltato tutto in maniera differente.

– Sergio: un disco che mi ha sconvolto la vita musicale l’ascoltai quando avevo, mi pare, 12 o 13 anni, e fu un disco di Frank Sinatra con Jobim, dove ascoltai per la prima volta How Insensitive. Quel disco mi fece dire “Questa è una strada che voglio prendere”. Un altro disco di pari importanza è Kind Of Blue di Miles Davis.

– Alex: È difficile per fare dei nomi, in quanto ho trovato tanti dischi nel mio percorso che mi hanno poi fatto scoprire diverse strade musicali. Da ragazzo non ascoltavo metal e affini, ma tre dischi che mi hanno cambiato sono stati Scenes From A Memory (Dream Theatre), Fallen (Evanescence) e Epica (Kamelot). Molto prima però, quand’ero piccolo, la scoperta dei Queen per me fu molto importante.

– Valentina: Io fin da piccola ho sempre ascoltato quello che ascoltavano i miei genitori, e purtroppo solo in tarda età ho cominciato ad approfondire ciò che pensavo potesse piacermi, a seguire i miei gusti personali. Una cantante che mi ha sempre lasciato a bocca aperta, dal punto di vista vocale, fin tanto da spingermi a chiedermi fino a che punto potesse spingersi la vocalità femminile è Giorgia, ed ho ancora il suo Greatest Hits in macchina!

Delle nuove uscite musicali italiane ed internazionali, c’è qualche artista che apprezzate particolarmente? Magari anche senza che lo ascoltiate spesso perché magari suona un genere a voi non affine, ma che comunque rispettate ed apprezzate in particolar modo.

– Alex: Onestamente sono un po’ ignorante al riguardo, nel senso che non seguo molto le nuove uscite discografiche. L’ultima che mi ha colpito, che poi proprio ultima non è, è Lady Gaga. Quando venne fuori con i suoi primi successi commerciali non la sopportai, poi ad un certo punto la si cominciò a veder fare collaborazioni più disparate, dal jazz a Sting fino a Stevie Wonder, e lì ti rendi proprio conto della sua bravura.

– Sergio: Per quanto mi riguarda devo dire invece che recentemente ho sentito un bellissimo promo di Brad Mehldau, ti consiglio molto l’ascolto anche se in questo momento mi sfugge il titolo. Un gran disco prodotto dalla ACM, un’etichetta fantastica. Quel jazz nordico che proprio mi piace, tipico delle produzioni di quell’etichetta.

– Valentina: Onestamente dei brani e degli artisti che passano ad oggi in radio non ce n’è neanche uno che mi colpisca particolarmente. Una delle ultime artiste che però mi è piaciuta tanto, è stata Joss Stone, anche se non è proprio l’ultima arrivata!

Dopo questa bella chiacchierata, la band è salita sul palco per uno spettacolo impeccabile di circa due ore di durata, e non se ne vedono più tanti così. Arrangiamenti fantastici suonati impeccabilmente. Uno di quei concerti che ti trasmettono la bellezza e la passione per la musica. Rimanete quindi sintonizzati sul nome dei Dia Logo, magari attraverso la loro pagina Facebook, per poterli seguire durante i loro prossimi concerti, perché senza troppi giri di parole, ne vale veramente la pena.

Jacopo Aneghini

Ph. Jacopo Aneghini ©

indice
Jacopo Aneghini
condividi
condividi
Rimani aggiornato!

Nuovi articoli, storie e podcast a portata di una sola mail.

Sei un musicista o una band?

E vorresti avere uno o più articoli che parlano di te scritti e redatti dal Team di WAHWAH Magazine?

Compila il form qui sotto con i dati essenziali di te o della tua band e raccontaci in poche parole la tua musica.

Oppure prenota un appuntamento

con uno dei redattori di WAHWAH

Clicca il pulsante qua sotto per prenotare un appuntamento Live o a distanza.

Oppure prenota un appuntamento

con uno dei redattori di WAHWAH

Clicca il pulsante qua sotto per prenotare un appuntamento Live o a distanza.

Iscriviti a wah wah news
Leggici sui social!

Vuoi far parte della Redazione di WAHWAH Magazine?

Note: Noi della Redazione di WAHWAH Magazine ci prenderemo 48h per revisionare la tua candidatura.

Iscrizione avvenuta con successo!

Ha fatto parlare Jimi Hendrix, ora fa parlare Noi.

WahWah Team.

Indice dell'articolo