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Vittorio Formignani

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Don’t Know What I Want But I Know How To Get It

Don’t Know What I Want But I Know How To Get It

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“Don’t know what I want but I know How to Get it” recita Anarchy in the Uk dei Sex Pistols.

Questa frase rappresenta uno degli emblemi ed il nucleo magmatico del movimento punk di cui appunto i Pistols si sarebbero fatti “ambasciatori” distorti.

È un’affermazione forte che provoca e ha provocato un potente fascino e magnetismo specie sugli adolescenti la cui età scostante ha reso più facile l’immedesimarsi nelle parole del testo.

Ma c’è un’enorme differenza tra i giovani a cui i Pistols si rivolgevano e quelli che oggi potrebbero eventualmente incappare nei loro brani su Youtube o Spotify: il non sapere che cosa volere e la conseguente interpretazione di questo stato d’animo.

Si, è vero, il nichilismo divenne di moda proprio grazie a Johnny Rotten e compagnia, ma tutto ciò derivava da un sentimento di disagio e di esclusione che la società esercitava sui giovani del tempo.

Le cose non sono cambiate, anzi sono peggiorate.

Ma la risposta di allora è stata potentissima. Non a caso al primo concerto dei Pistols a Manchester sarebbero stati presenti tutti i protagonisti della futura rivoluzionaria Factory Records.

Era un nichilismo che ispirava al fare.

Non era fine a sé stesso appunto perché, sebbene non sapessero cosa volessero, “sapevano come ottenerlo”.

L’obiettivo era opaco ma il mezzo c’era. Era la musica e le vite stesse dei suoi autori.

La moderna interpretazione è confluita in un nichilismo fine a sé stesso.

L’apice di questa “new wave” nichilista è stato l’Emo dove si è portato all’estremo la concezione di emozione fino al punto di ritenerla qualcosa di incontrollabile e da cui ci si può far solo travolgere.

Probabilmente la grande differenza sta nella solitudine.

Negli anni dei Pistols era quasi istintivo il contatto e la condivisione tra persone che avvertivano un disagio. C’erano meno distrazioni, meno calmanti come potrebbero essere i social.

Era ancora nella natura umana il voler entrare in contatto con gli altri facendo gruppo.

“La società non ci vuole? Bene allora creiamo uno spazio per QUELLI COME NOI!”

È proprio questo senso di appartenenza che si è perso ma non è stato un caso.

Il colpevole è stato il precettato individualismo che vide negli Yuppies, inizialmente, e negli Enterpreneur, oggi, la sua più egoistica applicazione.

Un’erosione lenta ma fragorosa che sfociò nel Grunge, l’ultimo grido disperato della musica e dei giovani che non sapevano cosa volevano.

Dallo stato di non sapere cosa volere ma avere la consapevolezza dei mezzi si passò al nulla da entrambe le parti.  

E se band come i Nirvana riuscirono ancora ad unire e a riunire i giovani tramite un nichilismo disperato, non si può dire che in futuro sarebbe successo lo stesso.

Il grunge è stato l’ultimo momento di aggregazione nella quale si faceva ancora un minimo di fatica a distinguere l’estrazione sociale dei suoi seguaci.

L’erede diretto del grunge è stato il pop punk che, da una parte, però, riunì solo gli “sfigati” restringendo ulteriormente la cerchia, dall’altra divenne la musica usata dalla gente “popolare” per i suoi party.

Anche le tematiche cambiarono e da argomenti sociali e politici il pop punk , specie quello dei Blink 182 e Sum 41 dei i primi album, spostò la lente d’ingrandimento sulla vita degli adolescenti e i loro ormoni incontrollabili.

Successivamente, sia Blink che Sum 41, ma soprattutto i Green Day, riscoprirono quella vena di ribellione e protesta che era stata addormentata dal prefisso POP e scrissero pezzi Punk critici nei confronti della società.

L’apice venne raggiunto con American Idiot, ma ormai era troppo tardi.

Il messaggio non passava più. L’aggregazione non c’era se non per la passione per il gruppo in questione.  

L’individualismo capitalista era riuscito nel suo intento. L’unione era tollerata solo sotto forma di preferenza per un prodotto piuttosto che un altro.

Infine, eccolo arrivare il giovane anni 2000: uno che non si capisce e che non si riesce a relazionare con gli altri perché alla sua generazione non è stato insegnato.

Un individuo solo che condivide il suo disagio e la sua solitudine non coi suoi simili o coetanei, ma con gli autori delle canzoni che però risultano irraggiungibili.

Dall’essere tutti insieme in un locale ad ascoltare una band si è passati all’essere soli in una stanza con un brano nelle orecchie a sprofondare nella depressione che l’esclusione e il rifiuto della società hanno provocato.

E non sono l’esclusione e il rifiuto ad essere cambiati ma i giovani che li provano.

Qualche scintilla che ha tentato di riaccendere il fuoco dei Pistols c’è stata e ha preso il nome di band quali My Chemical Romance e Muse.

Peccato che siano rimaste solamente lucide descrizioni della società che hanno fatto da inno agli stati d’animo di una generazione solitaria e sconfitta già in partenza.

Prima fra tutte, Hysteria dei Muse che ha esplicitato la frustrazione scaturita dall’incapacità di relazionarsi e di capire cosa volere.

Un inutile dispendio di energie.

Per non parlare poi di tutte le band Metal “incazzate con il mondo”.

Caso a parte sono gli Oasis. Pensate cosa potrebbe succedere se invece che incazzarsi tra di loro si incazzassero col mondo.

Ora più che mai la musica ha bisogno di nuove e vecchie scintille che, con una sorta di “debolezza eroica” chiamata passione, rianimino quel fuoco.

Anche senza sapere di volerlo.

Vittorio Formignani

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