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Enrico Polesinanti

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Cosa Resterà Di Questi Anni ’90 – Parte Seconda

Cosa Resterà Di Questi Anni ’90 – Parte Seconda

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  Le tre Muse
 C’è un aspetto, un secondo aspetto di questo decennio tutto da riscoprire e da riascoltare, che riassumerei in una sola parola: femminile. Non solo ‘guitar rules’, la chitarra  che torna a comandare (primo elemento) ma…. ‘women rule’. Abbiamo già citato Sinead O’Connor, voce meravigliosa che deve in buona parte a Prince l’inizio della sua carriera; potremmo citare i Cranberries, altra voce meravigliosa, Dolores O’ Ryordan recentemente scomparsa, anche lei irlandese, anche lei esplosa a inizio decennio.

Ma ci sono almeno tre Muse fondamentali, tre perle rare, magnifiche e insostituibili. Che fanno degli anni ’90 un decennio da non perdere.

La prima si chiama Polly Jean Harvey. La seconda si chiama Tori Amos. La terza Bjork.

Non abbiamo qui lo spazio e il tempo per analizzare questi tre geni femminili, che fanno pochissimi strepitosi album nel giro di pochi anni. Bisogna solo fare una cosa: ascoltarle.

La prima è una polistrumentista inglese cresciuta nella campagna del Dorset, ribelle, piccola di statura, che nelle copertine si presenta come una vamp, una specie di geisha in formato folletto rock; la seconda è una elegante stangona dai capelli rossi che suona divinamente il pianoforte e che narra come fosse un ininterrotto flusso di coscienza ogni aspetto fino al più personale ed esistenziale della sua vita; la terza è un “alieno” islandese che attraversa quasi fosse un reincarnato Bowie al femminile tutti i generi sperimentando in maniera eclettica ogni sonorità e soprattutto stravolgendo il rapporto musica/voce.

C’è un che di sperimentale e dal sapore quasi demo in moltissime produzioni degli anni ’90 – decennio che sembra correre in una sorta di smania di dire tutto e subito in un mondo che corre e vola sempre più veloce… (la rivoluzione digitale è alle porte) . Non è un caso che il primo album di P.J Harvey si intitoli “4 track demos”. Brani incisi in versione demo a casa sua. Voce chitarra, basso, batteria. Siamo anni luce lontani dal pop elettronico anni ’80. Si ritorna a scrivere, si ritorna a suonare in prima persona, la voce non si limita a “cantare” la canzone, essa  diventa protagonista non solo del testo ma del suono, si fa strumento… In ogni gamma: dal dolce al ruvido, dal sussurro, all’urlo. L’atmosfera è minimal, vira verso l’hard rock  ma non lo è, il testo è spesso criptico eppure semplice, e con poche pennellate descrive un’atmosfera spesso misteriosa dove quotidianità e sogno, ordinarietà ed erotismo, si mescolano. Il sapore, come dicevo, è all’inizio molto minimal, molto indie ( la 4AD, che aveva prodotto anche Breeders e Pixies, la Island Records, e la Atlantic sono le principali case discografiche che ci vedono lungo e investono su queste nuove sconosciute leve…).

In realtà parliamo di tre bellissime ragazze poco meno che trentenni. Diversissime fra loro. Tori Amos, statunitense, indubbiamente la più raffinata e quella dai testi più impegnati e dallo spessore cantautorale più ispirato, sforna in sei anni – dal 1992 al 1998 –  quattro lavori importantissimi (“Little Earthquakes”, “Under the pink”, “Boys for Pele”, “From the Choirgirl Hotel”): basta ascoltare questi primi album per capire la portata rivoluzionaria, a livello creativo e esecutivo, di questa artista straordinaria. Storie di difficili rapporti con la religione, vicende personali di stupri realmente subiti (la canzone Me and a gun), acuti pazzeschi, ballate suadenti e accelerazioni hard rock, sempre accompagnate da un virtuosismo pianistico davvero unico.  Nel 2002 passerà dalla Atlantic alla Epic. Una solista eccezionale, innovativa, prodigiosa e allo stesso tempo immediata, fresca, mai intellettuale o troppo tecnica. Vorrei, senza dilungarmi oltre, semplicemente consigliare, se si hanno un paio di buone cuffie o meglio ancora un buon impianto stereo amplificato come si deve, la canzone Blood Roses, seconda traccia del suo terzo album… magari da ascoltare ad occhi chiusi. Difficile trovare qualcosa di simile a livello musicale nei venti anni successivi.

Bjork (all’anagrafe Björk Guðmundsdóttir), musicista, cantante e attrice, ha lanciato dall’Islanda una rivoluzione visiva musicale, in una continua ricerca sperimentale a d’avanguardia, con una cura maniacale dell’immagine e del suono, spaziando ecletticamente in ogni direzione, e giocando con i suoni e con la voce (dal techno, al pop, al trip hop ben prima che diventasse di moda, alla classica, al jazz) con una creatività e un trasformismo dei più fecondi. Si parla di una carriera che arriva a quasi quaranta milioni di dischi venduti e una Palma d’Oro a Cannes nel 2000 come migliore attrice per “Dancer in the dark” di Lars Von Trier. Delle tre Muse, è quella che sperimenta di più, la più innovativa, la più eclettica.

Da “Debut”(1993) a “Post” (1995) a “Homogenic” (1997) – tutti prodotti dalla piccola casa discografica One Little Indian  – emerge una creatività senza limiti: una voce che può cantare un classico degli anni ’50 con la stessa disinvoltura con cui può interpretare sonorità noise o industrial; e una continua ricerca visiva, sonora… La sua è un’arte “totale” : non solo l’uso e la scoperta di nuovi suoni, atmosfere, armonie musicali, ma anche video, performances, costumi, arte grafica, colori;  c’è solo da imparare e da rimanere a bocca aperta di fronte a un talento del genere. Soprattutto se oggi, più di vent’anni dopo, si vuole con cognizione di causa e senza vergogna usare l’aggettivo “innovativo” o “sperimentale” applicandolo a un qualunque album dei nostri giorni.

Vorrei concludere con un piccolo, personale, giudizio: se si può dire che il disco più importante degli anni ’90 è “In Utero” dei Nirvana, l’album più bello di tutto il decennio per chi scrive è senza il minimo dubbio “To Bring You My Love” (1995) di P.J.Harvey. Prodotto da Flood, producer degli U2, è il suo capolavoro della maturità (e la ragazza aveva solo 26 anni!), pietra miliare non solo per il rock alternativo ma per la storia del rock tout court. Ballate lente e “scatti” quasi hard-rock, tutto l’album è permeato da un magico sapore blues che nessuno dei suoi lavori, né precedenti né successivi, mai più avrà a questi livelli, ipnotico, rabbioso, cantato da una ragazzina che sembra una strega o una vampira che pare abbia vissuto mille anni, con un suono apparentemente “grezzo” ma  in realtà studiatissimo, maniacalmente registrato ed eseguito: gli organi e gli archi, dal sapore antico e che sembrano essere suonati da vecchi strumentisti neri, uniti a una chitarra elettrica e a una batteria sempre in primo piano e sempre perfettamente a tempo, aprono ferite dolorose, desideri inconsci da cui sgorga miele ma anche acide e inconfessabili fantasie, peccati o preghiere blasfeme… La domanda è: di chi è la voce che sale in sussurri, ringhi, lamenti quasi voodoo (Long Snake Moan), è la voce di un’amante (“I’ve laid with the devil/ Cursed god above/ Forsaken heaven/ To bring you my love”, dalla title track: “Sono andata a letto con il Diavolo / ho bestemmiato il Dio lassù / ho detto addio al paradiso / per portarti il mio amore), di un’operaia (Working for the man), di una baccante che vuole incontrare il mostro (Meet Ze Monsta), di una madre, di un infanticida (I think I’m a Mother, Down by the water), o di una danzatrice?  E’ tutto questo e molto altro ancora… In The dancer canzone che chiude l’album, lui dice a lei “Dance for me, fanciulla gentil” (espressione che canta in italiano nel testo) e lei dice di aver “pregato giorni, pregato notti / per il Signore di mandarmi a casa qualche segno / Ho guardato a lungo, ho guardato lontano / per portare pace al mio cuore nero e vuoto”;  nella conturbante Teclo la voce e la chitarra cantano il desiderio andare oltre la morte, e la ballata passa nel ritornello da un’atmosfera funebre quasi fosse una ninna nanna cadaverica, al lampo fantasioso e blasfemo di un desiderio impossibile (“Let me ride, Let me ride, / Let me ride on his grace for a while”): quello di recuperare l’amante perduto per sempre. Chi è la protagonista? Chi è capace di contenere tutti questi aspetti, desideri, contraddizioni? La risposta non può che essere in quell’archetipo femminile che racchiude e condivide ogni contrasto, in Polly Jean stessa, che giovane, vecchia, musa, amante, carnefice e vittima, è capace di essere universalmente donna.

 

Enrico Polesinanti

 

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