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Enrico Polesinanti

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Cosa Resterà Di Questi Anni ‘90 – Parte Prima

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The last splash. Approfitto di uno splendido concerto dei Breeders, che ha inaugurato come primo appuntamento il “Ferrara sotto le Stelle” dell’estate 2018, nella suggestiva corte del Castello Estense, per fare alcune brevi considerazioni. Quasi tutti quelli che sono stati giovani negli anni ’90, conoscono una band cult di nome Pixies, gruppo formatosi a Boston, tra la metà e la fine degli anni ’80 da Black Francis (voce e chitarra) e – ricordiamo questo secondo nome – Kim Deal (voce e basso), David Lovering (batteria) e Joey Santiago (chitarra).

 Una band consacrata, idolatrata, c’è chi dice sopravvalutata, definita in mille modi: alternative rock, garage, noise, surf e chi più ne ha più ne metta. A giudizio di chi scrive almeno due album sono fondamentali: “Surfer Rosa” (1988, etichetta 4AD), che contiene due vere perle di canzoni come Gigantic e Where is my mind, e “Bossanova”(1990, 4AD), dove Velouria e Stormy weather troneggiano in una svolta decisamente hard-rock, senza perdere in alcune tracce il gusto quasi giocoso e minimal, mescolato in un felice contrasto a sonorità a volte meccaniche e stridenti che ricordano i migliori e meno famosi dischi dei Velvet Underground. Quattro album in quattro anni e stop. Per capire la portata del fenomeno Pixies basta dire che David Bowie vorrà cantare i loro brani (e non il contrario).

Ebbene, da una costola (e che costola…) dei Pixies – che come quasi tutte le band degli anni ’90 vivranno delle più o meno fortunate reunion nei due decenni successivi  – nascono The Breeders: la bassista Kim Deal, insieme alla sorella Kelly Deal, fonda questo gruppo in pieno 1990. Due soli album, il loro unico vero capolavoro è “Last Splash” del 1993. Due dischi e due EP (“supporto” molto usato in questi anni)  e poi si sciolgono già: faranno altri due album negli anni 2000 e un grande ritorno nel 2018 con “All nerve”. Se si volesse fare una recensione ultra breve del concerto tenutosi a Ferrara il 6 giugno scorso si potrebbe dire che che per quanto si sforzi di fare musica hard rock non ce la fa mai ad essere davvero davvero cattiva, Kim Deal, tanto dolce è la sua voce e tanto suadente il suono del suo basso.

Ma perché questo decennio “breve” (capiremo poi perché breve) è così importante e a giudizio di chi scrive imprescindibile per la storia del rock?

Fra gli anni ’80 e ’90 c’è un vero e proprio iato. Ovviamente i ’90 non cominciano il 31 dicembre 1989 a mezzanotte, né finiscono allo scoccare dei 2000. Ma proviamo ad ascoltare i pezzi di successo del decennio precedente. Se escludiamo alcune (non poche) band che continuano la loro attività che era iniziata ben prima, in piena rivoluzione creativa ’60-’70, sfornando qualche buon disco anche se non memorabile – idem dicasi per i solisti: Bob Dylan, Lou Reed, ma se ne possono citare infiniti altri – , non c’è traccia di vera novità in ambito rock. Nasce la disco music, ma anche qui si potrebbe discutere se essa non sia in realtà una progressiva evoluzione e rielaborazione di intuizioni degli anni ’70 (Bee Gees in primis). Non vogliamo essere troppo negativi, ma tutto sembra che sia già stato detto e fatto. (Felici eccezioni? Sicuramente i Queen, sicuramente i Pretenders, o Prince, o il fenomeno pop di Madonna). Ma per il resto sembrano anni di “reflusso”. C’è una rivoluzione “visiva” e di costume, più che musicale. E poi “domina” l’elettronica. Con questo non si sta dicendo che sia un male, ma è una mera constatazione. Proliferano decine di complessi da one-hit wonder, per dirla all’americana. Carriere rapide, rapidissime, dischi dove una sola canzone ha successo e passa ininterrottamente alla radio. Insomma, riassumendo: i grandi autori o performer continuano a fare il loro onesto lavoro, raccogliendo ciò che avevano seminato nei due decenni precedenti, ma il rock un po’ si appanna, si “scioglie”: dove?
Per radio, in discoteca, nei primi video musicali (altra grande invenzione di quegli anni). Tutto diventa più fluido, più “leggero”…

 

“I hate myself and I want to die”. Ed ecco lo iato, quel salto che a volte la Storia fa (dopo essersi presa magari qualche anno di riposo, se vogliamo usare un’immagine antropomorfica).
Seattle, America. Nel 1991, preceduto da un promettente esordio quale era stato “Bleach” due anni prima, esce “Nevermind” dei Nirvana.  E’ un vero e proprio strepitoso (falso) inizio: strepitoso perché immediato, istantaneo, perché questo disco dice il contrario di quello che era stato detto musicalmente nel decennio precedente, ma anche “falso” perché davvero ci chiediamo se sia un effettivo passo in avanti o piuttosto un ritorno a sonorità precedenti, addirittura da anni ’60 (ma di musica parleremo fra brevissimo). Strepitoso e subitaneo: di fatto, tre album in studio in poco più di tre anni, dal 1989 al 1993; la sua peculiarità sta nello stravolgere tutto eppure allo stesso tempo non inizia niente di nuovo, nel senso che Cobain è un maestro senza allievi: con il suo suicidio muore non solo il suo complesso ma anche il suo sound… insomma non fa scuola.

  Ultima vera rockstar maledetta del secolo scorso. Antieroe vero, non recitato; mai glam, mai plateale. Figlio del benessere e dell’apatia degli anni ’80. Ha incontrato il male di vivere, lo ha cantato, lo ha suonato, lo ha vissuto fino alle sue estreme conseguenze. Il “mito” – come spesso accade – nasce solo dopo la sua morte. Ci sentiamo di consigliare la visione di “Last days” del 2005 di Gus Van Sant, ottimo film che tratteggia gli ultimi giorni di vita di questa star non-star.

“In Utero” (1993), il suo ultimo album, probabilmente il disco più importante del decennio, è di una crudeltà e sincerità spiazzanti: “Stuprami / amico mio, / Stuprami ancora … / Non sono l’unico, /non sono l’unico / Odiami (…) Sprecami / Violentami/ Fallo ancora – da Rape me;  Sono stato rinchiuso per settimane nella tua scatola a forma di cuore / Fui trascinato nella tua trappola magnetica, pozzo di catrame / Vorrei poter ingoiare il tuo cancro quando sei disperata (…) da Heart shaped box; o nel finale del disco con All apologies, la sua canzone-testamento: “Cos’altro  dovrei essere? Tutte scuse (…) /Cos’altro dovrei scrivere? / Io non ne ho il diritto/ (…) “Vorrei essere come te / Incline al divertimento / Trova il mio nido di sale / Tutto è colpa mia (…) Io mi sento tutt’uno con il sole / Bruciato… Sposato”, concludendo il brano con la ripetizione, definitiva e senza vie di fuga,  del verso :“Alla fine è tutto ciò che noi siamo”. All in all is all we all are.

 Sinead O’Connor farà una splendida cover di questa canzone nel 1994. E quel mostro sacro di Patti Smith nell’album “Gone Again” del 1996 dedicherà al leader dei Nirvana una bellissima canzone: About a boy, lunga ballata elettrica con Lenny Kaye alla chitarra ad accompagnare la voce urlante della poetessa del rock che canta di “Un ragazzo / al di là di tutto questo” andatosene “verso un altro tipo di pace”(…)/ verso un sapere al di là dei libri/… verso un sogno, che sogna sé stesso”.

 Ma torniamo alla musica. Ci sono due elementi, a mio avviso fondamentali, per descrivere gli anni ’90. Il primo è il ritorno ad una musica senza “filtri”, ma soprattutto il ritorno alla chitarra. L’elettronica e i pesanti missaggi, che in un qualche modo annacquavano gli arrangiamenti nel decennio appena concluso, cedono il posto a una nuova “purezza”, a un nuovo vigore, non solo creativo, ma proprio sonoro. Ascoltiamo la prima canzone del disco “Nevermind” a un volume medio-alto, e capiamo subito questo salto, che all’epoca era un vero e proprio pugno nell’occhio (anzi: nell’orecchio) per chi veniva dalle atmosfere plasticose pop/glam degli anni 80.

Sound duro, ruvido, essenziale. A chi scrive non piacciono troppo le etichette: grunge? Forse sì. Ma io direi semplicemente rock, nudo e puro (non solo la chitarra, ma anche il buon basso e la batteria rientrano finalmente in primo piano). Tornano gli assoli, quelli veri, e si levano di torno i sintetizzatori per lasciare lo spazio alla musica “suonata”, ritorna la voglia vera di “urlare” al pubblico, al mondo intero i testi e le musiche, con canzoni che non devono solo intrattenere ma urtare, colpire, smuovere. Faccio un nome per tutti: Smashing Pumpkins – almeno tre o quattro dischi stupendi in quegli anni  (se non si fosse tolto la vita Kurt Cobain, probabilmente Billy Corgan e i suoi sarebbero stati la band del decennio; piccola nota di cronaca: Courtney Love, leader delle Hole, nel 1990 lascia il suo fidanzato Billy Corgan e si mette insieme a Kurt Cobain… peccato che la vera compagna di vita di Cobain, nonostante mille lotte e tentativi falliti di disintossicazione, sia stata l’eroina). Ma in questi anni si possono citare anche i Green Day, con il loro “nuovo” punk, o i Red Hot Chilli Peppers, che pur venendo dagli anni ‘80, nel 1999 fanno “Californication”, sicuramente il loro album più maturo.

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