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Paolo Concato

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Christian Sands Trio: La Sostenibile Leggerezza Del Jazz

Christian Sands Trio: La Sostenibile Leggerezza Del Jazz

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Partiamo con una piccola digressione: Einmal ist keinmal.
Questo proverbio è la frase simbolo del romanzo ”L’insostenibile leggerezza dell’essere” e significa ”una volta è nessuna volta” o, in altre parole, ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto. Milan Kundera applica questo concetto all’esistenza umana affermando che ”Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto”. Vivendo una sola volta non possiamo sapere a priori se le nostre scelte saranno giuste o sbagliate, buone o cattive, allora, afferma l’autore, ogni decisione può essere presa ”alla leggera”. Alla fine, però, questa mancanza di senso, questa leggerezza dell’esistenza si rivelano un peso intollerabile, insostenibile.

Per fortuna l’uomo ha inventato molti metodi per alleggerire questo fardello e uno di questi è sicuramente la musica. Musica di altissima qualità è quella che propone il Jazz Club e, in questa nebbiosa notte di metà ottobre, è di scena il Christian Sands Trio, composto da Eric Wheeler al contrabbasso, Jerome Jennings alla batteria e Christian Sands al pianoforte. Le aspettative per il concerto sono piuttosto alte, dal momento che Sands è stato definito ”jazz star of the future” da un mostro sacro come Wynton Marsalis.

Il trio sale sul palco e l’elegantissimo Sands, dopo un cenno d’intesa con la sezione ritmica, attacca con un up-tempo swing dal titolo ”The swing and I” di Eric Reed. Dopo pochi secondi si ha già la netta sensazione di assistere a un concerto straordinario: l’energia che emana il trio lascia a bocca aperta, stupefatti, con gli occhi increduli fissi sui tre musicisti e le orecchie pronte a captare ogni minima sfumatura musicale prodotta da questi ”sciamani del groove”. Il sound del trio è molto moderno e ammaliante, un sound che riesce a modernizzare e proiettare il jazz nel futuro.

La serata prosegue con ”Bolivia”, un brano dal sapore latin di Cedar Walton e ”Reaching for the sun”, canzone scritta da Sands e tratta dal suo ultimo album: ”Reach”. Questo è un brano caratterizzato da un’atmosfera più sognante; la testa è tra le nuvole, ma i piedi sono ben saldi al suolo e ancorati alla tradizione che affonda le sue radici nel jazz e nel blues delle origini.

Il leader della band, dopo aver salutato la platea, esprime un particolare complimento verso il calore del pubblico italiano con le parole «You Italians are great, ‘cos we perform and you perform», e chiude il primo set con una ballad notturna, magnetica, sorniona, con dinamiche da manuale, che non annoia e, anzi, fa venir voglia di un altro brano simile.

Il secondo set si apre con ”¡Óyeme!”, altro brano tratto da ”Reach”: un ostinato di pianoforte reso ancora più incalzante dal piede di Sands che tiene il tempo ci trasporta nella vivace atmosfera danzante di Cuba per poi ritornare ad un jazz intriso di blues con F.S.R.(For Sonny Rollins) di Ray Brown.

L’interplay fra i tre musicisti è stupefacente, al limite della telepatia: è semplicemente meraviglioso sentire come durante un brano si generi un crescendo, un climax che diventa man mano sempre più teso, veloce, serrato, frenetico, concitato e alla fine i tre musicisti riprendano il brano arrivando precisi e insieme sul primo movimento della battuta scatenando applausi e grida di ammirazione.

Il Christian Sands Trio conclude la stupenda serata con lo standard ”Body and Soul” e, prestando fede ai dettami del jazz, con un brano totalmente improvvisato introdotto così da Sands: «I don’t know what’s gonna happen, this is jazz» ribadendo ancora una volta il carattere prettamente estemporaneo di questa musica.

Probabilmente è banale e anche un po’ retorico dire che è stato un concerto bellissimo, ma è stato proprio così. Una bellezza che lascia di sasso, stupiti e al contempo smuove tutto, una bellezza che, per dirla con le parole dello scrittore Thomas Mann, ”trafigge”.

Spesso (e mi rivolgo ai più giovani) si pensa al jazz come qualcosa di vecchio, impolverato e un tantino maleodorante, una musica troppo complessa e articolata per essere apprezzata. In parte è vero: il jazz non è una musica semplice, ma un bravo musicista si distingue anche per il fatto che, oltre a trasmettere emozioni, è in grado di mascherare le complessità tecnico-stilistiche rendendole fruibili ai più, subordinando la mera tecnica al servizio dell’espressività e della musicalità.

Il Christian Sands Trio è formidabile nel rendere ”leggera”, ”sostenibile”, accattivante e divertente una musica che sì, è complicata, ma sa regalare tante emozioni. Perciò, che voi siate neofiti del jazz oppure già esperti ma non conoscete questo trio, dategli una chance: rimarrete stupiti.

Paolo Concato

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