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Enrico Polesinanti

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“C’è Un Buco Nel Circuito”: Motel Satori

“C’è Un Buco Nel Circuito”: Motel Satori

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Dallo storico Sonika Studio di Ferrara, è uscita da poche settimane un’opera interessantissima fatta di 4 tracce, intitolata “Blossom and Flower”: il nome della band è Motel Satori (Cora Marzola alla voce e alle elettroniche, Stefano Catozzo alla chitarra, sintetizzatore e drum machine, Massimiliano Pedrazzi al basso e sintetizzatore e Giorgio Covi alla batteria acustica).

Il gruppo si forma a Ferrara nel 2016. Ovviamente fioccano le definizioni: “sperimentale”, “post-rock”, eccetera. Quello che si può notare a un primo ascolto è un’ottima cura di tutta la parte engineering. La qualità audio di registrazione è ottima, ogni strumento, voce compresa, è ben “piazzato” e c’è una cura quasi maniacale negli arrangiamenti: solo apparentemente c’è uno sperimentalismo minimal, quasi da ambient pop (con decise virate verso il rock). Forte e deciso intento progressive, un po’ di ben organizzato sound noise, a cui la chitarra aggiunge arpeggi semplici e leggeri ma ben costruiti, assoli apparentemente facili ma curatissimi, momenti rarefatti, seguiti però da  pesanti muri sonori dove la batteria la fa da padrona.

Lo so che per qualcuno può sembrare quasi una bestemmia ( per quanto odi le etichette, mi sento di andare completamente contro corrente rispetto alle definizioni che sono state affibiate a questa band: da post-rock, a slow-core, e chi più ne ha più ne metta) ma più ascolto questo lavoro e più mi sembra che la loro anima sia assolutamente folk. Un folk post-moderno, elettronico, che mi ricorda, soprattutto nella voce, una grande artista inglese degli anni ’90 che ho ascoltato e adorato come Beth Orthon ( e che non ha caso ha collaborato con i fratelli geni  dell’elettronica sperimentale di quegli anni, Tom Rowlands e Ed Simons, noti al grande pubblico come The Chemical Brothers). La voce non è affatto un elemento decorativo piazzato lì in un trip elettro-sperimentale dove ciascun strumento concorre a inventare  nuove sonorità post-rock per creare sound e atmosfere nuove – vedo piuttosto la costruzione solida del brano, dove ciascun elemento concorre a “raccontare” una storia, un tema, uno sguardo sul mondo – insomma quella forma solida fondata sull’intreccio di musica e di testo che è la canzone.

Sicuramente è presente  una componente eterea, liquida, sfuggente dove si somma un sapiente sperimentalismo elettronico alla Bjork ( e rimanendo in Islanda penso alla sottovalutatissima italo-islandese Emiliana Torrini), ma la lezione rock c’è tutta… il lungo finale della canzone più bella del disco, The Loophole, ricorda molto le migliori performance dei Moloko: uso curatissimo e molto sapiente dell’elettronica, del basso soprattutto, ai quali si uniscono brevi e precisi riff di chitarra molto curati in un climax  che trasforma tutto il finale del brano in un perfetto solo strumentale di gruppo. Insomma c’è un che di psichedelico, minimale ma non per questo minimalista, per niente barocco – dove la struttura armonica, semplice, quasi tradizionale della canzone, rimane godibilissima (e potrebbe tranquillamente essere eseguita con una chitarra acustica) e si “traveste” mescolandosi in un’elettronica molto precisa e mai ridondante… detto altrimenti elementi classici e folk attraversano la frontiera dell’acustico  e incontrano in un felice scambio le elettroniche e i sintetizzatori del mondo prog rock. Operazione “di confine” per niente studiata e artificiale, nessun “nuovismo” (penso agli innumerevoli e modesti imitatori dei Depeche Mode), ma torniamo un attimo alla radice, ad avviso di chi scrive, folk del progetto: la voce che dà l’incipit all’EP: “Where is the big deal? /Tell me how do you feel?”… poi continua, questa specie di “Money” post-moderna: “Take profit from your stocks / While you have drastic losses in your thoughts(…) Equity is a paradox (…) Eyeballs put of its sockets / Too much money in their pocket “ –  in Impure domina un uso della voce veramente potente con momenti di quasi vocalizzo, una voce dal suono calmo e allo stesso tempo estatico. “Ho aspettato a lungo / la lettera che mi ero spedito / nessuno riceve, mai credere / immagino fosse qualcun altro /come se il presente si rompesse / In schegge di ieri e domani / trovare il tempo giusto / segnando lo spazio dietro / anni ed ore / un germoglio e un fiore / c’è un buco / nel circuito (traduzione italiana da The Loophole): siamo in un ambito che è quello dell’interiorità, dove la componente energetica/emozionale sembra stare in precario equilibrio con quella razionale. La voce è lo strumento che guida il flusso sonoro, ne esalta gli “alti” e i “bassi”, è la radice che dà linfa alla morfologia del brano.

La domanda è:  è possibile con uno strumento così potente e suadente quale è la voce umana, eliminare da un brano, da qualunque brano, ogni traccia di storytelling? Per quanto sia evidente la fascinazione per le sonorità elettroniche e per ogni aspetto del ritmo in ogni sua possibile trasfigurazione, qui ogni brano è un ritratto di un momento interiore, ogni traccia è un momento di questa ricerca, ogni canzone è legata all’altra e sia nel linguaggio che nelle atmosfere siamo di fronte se non a un concept album, alla prova o al demo di esso (Choose a bad word fuck yourself and everyone around /sing an angry song, grind your teeth and shout it loud. / Then imagine what would be if you just turn your soul / like a light switch, change your mind and you can change the world. / Then imagine pouring sand on the sand, / like and endless hourglass) da A wiggle in space.

Motel Satori sa esattamente quello che vuole dire e come dirlo, non c’é improvvisazione, in uno stile che solo ad un ascolto superficiale può risultare un soft rock  dal mood quasi svampito; la costruzione è raffinata, organizzata in micro-sequenze di riff elettrici e acustici messi in loop (dove spesso è la batteria stessa a fare la parte acustica insieme alla chitarra, mentre synth e basso danno un impatto più energico e dinamico); nessun ingenuo sperimentalismo, piuttosto un forte realismo a livello di contenuto, con atmosfere magiche e  rarefatte ma allo stesso tempo con i piedi ben piantati in terra in una attualità senza eccessivi simbolismi o ermetismi nei testi (composti in inglese) a complicarne l’ascolto e la fruizione. Canzoni semplici, pulite e, lo ripeto, con una sapienza e una ricercatezza soprattutto sonora oltre che musicale delle più raffinate. Una band insomma affascinante e originale, che crediamo avrà ancora molto da dire nel prossimo futuro. Un disco del presente, ma anche senza tempo, e le cui sonorità sembrano un invito, un ottimo biglietto di presentazione per la musica di domani.

 

Enrico Polesinanti

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