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Canzoni Da Spiaggia Deturpata, Dieci Anni Dopo

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Il rischio di scrivere recensioni retrospettive è di cadere facilmente nel déjà entendu, nel ripetere, seppur parafrasando, quanto è già stato detto negli anni da tutti gli altri. Si rischia di aggiungere un’altra voce non richiesta al coro già straripante di esperti, opinionisti e tuttologi che inondano il nostro quotidiano. E se c’è qualcosa di cui non avete bisogno è certamente un’altra persona che vuole dire la sua.

Non so dunque quale sia il motivo principale che mi spinga a parlare di Canzoni da Spiaggia Deturpata, il disco d’esordio de Le Luci della Centrale Elettrica, alias Vasco Brondi, a dieci anni dalla sua uscita. Anche perché con la musica di Vasco ho sempre avuto un rapporto complicato: non ho ancora capito se mi piace oppure no. Non riesco a sostenerla come se fossi un vero fan e non riesco a volerle male anche quando la prendo un po’ in giro sui social o con gli amici. Eppure, da quando ho scoperto la sua esistenza navigando tra le pagine di Myspace, continuo a seguirne le orme e le evoluzioni, pur non avendone a volte grande interesse, perché non mi ha mai lasciato indifferente.

Nel 2008 mi sono avvicinato a CDSD spinto probabilmente dal grado di popolarità che aveva raggiunto fra alcuni miei amici e compagni di classe, che si riconoscevano nei testi e vedevano in Vasco “uno di loro”. Per quanto provassi ad ascoltarlo, non sono riuscito ad identificarmi nei paesaggi e nell’immaginario creato dal disco, ero solamente un adolescente che veniva dalla bassa e che vedeva in Ferrara uno scenario nuovo e pieno di opportunità. Ero completamente avulso dalle dinamiche umane e sociali e quel tipo di musica semplicemente non era ciò che mi serviva al momento, non esprimeva al meglio ciò che provavo in quel periodo.

È stato un disco che non ho apprezzato e capito fino in fondo, anche se sono rimasto affascinato dall’atmosfera decadente e plumbea della copertina e dai testi volutamente criptici urlati e vomitati sul microfono e accompagnati da due accordi portati avanti ad oltranza, con ostinazione, da un chitarrista da spiaggia con l’attitudine punk.

Da amante della musica pop e della forma canzone trovavo quasi frustrante la scarsità di ritornelli, con i rari momenti in cui la melodia riusciva ad emergere (come nel singolo Per Combattere L’Acne, ad oggi la mia canzone preferita de Le Luci) a fare da bombola di ossigeno per sopravvivere in quell’infinito flusso di coscienza. L’estrema semplicità degli arrangiamenti, la sapiente produzione di Giorgio Canali, la voce sgraziata se non stonata di Vasco erano e sono al tempo stesso i punti di forza e i difetti di CDSD, quelli che fin dall’uscita avevano determinato reazioni discordanti di pubblico e critica: da chi definiva Vasco un genio, chi un cretino, chi parlava dell’album come pietra miliare e chi come un lavoro a metà.

Riascoltarlo oggi, con una mentalità differente, sulla musica in particolare e sulla vita e la società in generale, significa per me assecondare quella vena nostalgica per ciò che è stato, ciò che non è stato o avrebbe potuto essere. Forse adesso comprendo meglio ciò che Vasco cercava di descrivere in quelle canzoni: scene ambientate in una provincia meccanica post-industriale desolata e desolante in cui regna un forte precariato sociale economico e sentimentale. Una provincia che appare come una strada senza uscita, un grande nulla che ti opprime e ti consuma e dal quale puoi provare a risollevarti solo temporaneamente con le droghe e i soliti discorsi sui bei vecchi tempi. Si fa la lotta armata solo davanti al buffet dell’aperitivo e si vive sospesi fra un presente inconcludente e un futuro inverosimile, sperando di potersene andare quando si ha l’inesperienza necessaria. Si ha quasi la sensazione che in questi dieci anni non sia cambiato poi molto, che Ferrara è ancora un posto dove si può morire di tumore ma anche di noia, un luogo in cui “non succede assolutamente niente e che se vuoi far succedere qualcosa devi essere tu a farla”.

Ed è forse la ferraresità di Vasco il motivo per cui continuo a parlare della musica de Luci della Centrale Elettrica. È la condivisione degli stessi posti e delle stesse esperienze vissute in periodi delicati e plasmanti della vita come l’adolescenza e i 20 anni, in preda alla disperazione e all’incertezza, “quando gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione”, quando si cerca la bellezza anche nei momenti più bui. Ferrara e la provincia sono minimi comuni denominatori impossibili da ignorare perché per quanto ci si possa allontanare dalle proprie radici, non c’è niente al mondo come i luoghi che nel bene e nel male ti hanno reso ciò che sei.

Vasco Brondi tornerà nella sua città Domenica 16 Dicembre 2018 al Teatro Comunale per celebrare i dieci anni di attività e dare al progetto de Le Luci una degna conclusione: un concerto che mescolerà canzoni tratte dai suoi 4 album a “letture e racconti dell’Italia vista dal finestrino per milioni di chilometri, tra la Via Emilia e la Via Lattea”. 

Prevendite consigliatissime.

 

Giacomo Scaglianti

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