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Enrico Polesinanti

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Cameron Crowe: Un Regista Da “Ascoltare”

Cameron Crowe: Un Regista Da “Ascoltare”

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Classe 1957, non solo regista, ma anche produttore e scrittore americano, Cameron Crowe è una figura a sé, rispetto ai canoni della Hollywood mainstream. Per capire quanto è importante la colonna sonora, ma in questo caso possiamo proprio dire la musica, nelle sue opere, basti pensare che a 15 anni, quando era ancora studente di una high-school, già scriveva e inviava articoli non a una rivistucola locale, ma a sua maestà il magazine Rolling Stone – aspetti autobiografici sui quali torneremo, perché li riprenderà in un suo importante film della maturità, Almost Famous (2000). Un’altra coincidenza fortunata, nel 1982 dopo il suo primo script (Fuori di Testa), conosce un’attrice che ha un piccolo ruolo nel film e che diventerà la sua futura moglie: Nancy Wilson. In realtà più che attrice, bravissima musicista e cantante insieme alla sorella celebre co-fondatrice del gruppo hard-rock Heart, nei primi anni ’70.

Solo per citare alcuni film di Crowe conosciuti al grande pubblico, ricordiamo qui Singles – L’amore è un gioco (1992), Jerry Maguire (1996), Vanilla sky (2001), remake del bellissimo Apri gli occhi di Alejandro Amenabar del 1997. Ma in questo articolo vogliamo soprattutto parlare di Almost Famous, film a mio avviso troppo sottovalutato, uscito nelle sale italiane nel 2000, vera propria summa dell’idea di cinema di Crowe, ma anche del background culturale e musicale di cui Crowe si è nutrito a partire dagli anni ’70.

 Il film, in breve, narra la storia di una rock band semi-sconosciuta (‘quasi famosa’… almost famous) e del fenomeno, oggi ormai scomparso, delle groupies, ragazzine-fan che accompagnavano i musicisti e il loro entourage durante le tournée partecipando alla loro vita sregolata anche in ambito sessuale, insomma: delle quasi geishe moderne. Il nome del gruppo è ovviamente fittizio, gli Stillwater. L’aspetto interessante del film è che il punto di vista è quello di un ragazzino adolescente, William, poco meno che 15enne, guarda caso frequentante una high-school, folgorato dal mondo della musica rock e interessato al giornalismo; la colonna sonora è folgorante, e vi sono sia brani originali che non (la colonna sonora spazia dagli Who agli Yes, da Rod Steward ai Led Zeppelin). Kate Hudson, che interpreta l’amante del lead guitarist, cercherà di spiegare al giovane uomo di non essere una vera e propria groupie, ma una sorta di musa accompagnatrice e di supporto della sua musica.

Due sono gli aspetti essenziali e caratterizzanti del film: l’assistere al processo creativo di una band rock, con tutte le sue difficoltà, nella composizione delle canzoni, negli aspetti produttivi, nella gestione del quotidiano, nelle tournée (il film è quasi un road movie sulla tournée del gruppo, tra San Diego, il Kansas e New York; gli Stillwater dovranno anche aprire un concerto dei Black Sabbath) fino al difficile ritorno al “privato” (aspetto sociologico importante: quasi tutti i componenti della band avevano una moglie…); l’altro aspetto, quello semi-autobiografico, è la storia di William, ragazzino folgorato dal rock e dal giornalismo, alter ego dell’autore – il rock un genere musicale per il piccolo e timido adolescente assolutamente nuovo e tutto da scoprire – e qui Cameron Crowe regista e sceneggiatore inserisce una vera e propria chicca: chiama Philip Seymour Hoffman (il grandissimo attore americano scomparso nel 2014) a interpretare la figura di Lester Bangs, mitico giornalista rock, intelligentissima e cinica penna di riviste come Rolling Stones, ma anche The Village Voice e New musical Express, prodigatore di consigli e vero e proprio maestro per William, sia nel fargli conoscere la “nuova” musica di quegli anni (indimenticabile la scena in cui William mette su un 33 giri e rimane folgorato dal nuovo genere ascoltando per la prima volta “Sparks” degli Who), che nel lavoro: grazie a Lester Bangs otterrà il suo primo incarico, recensire un concerto dei Black Sabbath.

 Un film divertente e illuminante che racconta anche gli aspetti difficili e problematici del rock anni ’70, del ribellismo giovanile americano e del sorgere delle prime rock band come un evento rivoluzionario per l’America puritana dell’epoca, il tutto raccontato in una chiave da commedia dove la musica e il “mood” di quegli anni dominano su tutto.  La groupie “fidanzata” del protagonista, Penny Lane, che diventa amica del ragazzino, sa che a fine tournée dovrà lasciare il passo o magari addirittura essere “ceduta” a un altro gruppo. Tra droghe estreme, overdose, dichiarazioni d’amore (il ragazzino inevitabilmente si innamora della groupie, interpretata da Kate Hudson) apparizioni fortuite al ristorante di icone del glam rock come David Bowie, il film è un vero e proprio squarcio su un mondo mitico che, con le sue luci e le sue ombre, è stato la culla e l’incubatrice della musica moderna e contemporanea. L’uso della colonna sonora è preciso e maniacale: se la storia è quasi tutta inventata (gli Stillwater non esistono) le canzoni sono tutte originali: Crowe fece spendere alla produzione la bellezza di 3 milioni e mezzo di dollari soltanto per i diritti musicali. Una soundtrack che spazia da Rod Stewart, Cat Stevens, agli Yes, Allman Brothers Band, i Led Zeppelin, Elton John, Elvis Presley, fino agli Who e Simon and Garfunkel… solo per citare alcuni nomi.

 Infine, sarebbe interessante rivedere, o meglio, riascoltare tutta la filmografia di Crowe anche nei film non prettamente musicali (dopo la commedia “minore” Elizabethtown, del 2005, Cameron Crowe girerà nel 2011 Pearl Jam Twenty, un docu-film tutto incentrato sui primi venti anni di carriera della omonima band di Seattle) e notare anche, come negli altri suoi lavori cinematografici, l’uso che il regista fa della colonna sonora: un uso che potremmo definire inverso rispetto a quello tradizionale… in molte sequenze dei suoi film sembrano essere le immagini a fare da “accompagnamento” alla musica, e non viceversa.

L’incipit di Jerry Maguire è esemplare: ancora prima della primissima inquadratura, durante i titoli di testa,  sono le note di “Magic bus” nella versione Live at Leeds del 1970 degli Who a dare il mood a tutta la prima parte del film; intere microsequenze quasi fossero dei video musicali sottolineano momenti di svolta “psicologica” nel protagonista interpretato da Tom Cruise (ad esempio l’inserto di Singalong Junk di Paul McCartney, brano messo quasi per intero) o i momenti più riflessivi e romantici (Wise up di Aimee Mann o Sandy di Nancy Wilson, ma anche la bellissima, e anche qui usata quasi per tutta la sua durata, Secret Garden di Bruce Springsteen, canzone allora inedita del Boss e inserita appositamente per la colonna sonora del film). Un regista insomma, tutto da riscoprire e da riascoltare, colonna sonora di un’America spesso disillusa ma ancora sognante e piena di passione, dove la musica nel suo cinema contribuisce in prima persona a raccontare e a criticare “l’american dream”,  e accompagna con le sue note la caduta e la rinascita dei suoi protagonisti.

Enrico Polesinanti

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