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ART ENSEMBLE OF CHICAGO – BAP-TIZUM (1972) di Federico Benedetti

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Tracce:

 1 “Nfamoudou-Boudougou” (Moye) – 4:16

 2 “Immm” (Favors) – 5:31

 3 “Unanka” (Mitchell) – 10:44

 4 “Oouffnoon” (Mitchell) – 3:25

 5 “Ohnedaruth” (Art Ensemble of Chicago) – 15:00

 6 “Odwalla” (Mitchell) – 5:42

 

Formazione:

Lester Bowie: tromba, percussioni

Malachi Favors Maghostut: contrabbasso, percussioni, voce

Joseph Jarman: sassofoni, clarinetti, percussioni

Roscoe Mitchell: sassofoni, clarinetti, flauto, percussioni

Don Moye: batteria, percussioni

 

Sentii dire una volta dal mio maestro ed ora amico Dave Liebman che nei momenti di crisi che sopraggiungono talvolta, ma senza eccezioni, nella vita di un musicista, lui consigliava di andare a rigenerarsi riascoltando il disco che aveva risvegliato in noi il desiderio di fare musica, il “flash originario” insomma… Consiglio prezioso, secondo me, anche per sapere da dove veniamo, perché -ed è il mio caso- non ascolto più quasi nulla di ciò che ascoltavo all’epoca. Dico però che questa volta non ho fatto il detto ascolto per fini terapeutici, ma per scrivere quest’articolo, ed è stata un’esperienza importante di autocoscienza, che mi ha fatto capire che a volte dobbiamo proprio voltarci indietro ed ispirarci un po’ a ciò che eravamo all’inizio, prima che tutto cominciasse…

L’Art Ensemble of Chicago, gruppo oggi scomparso in parte a causa del decesso di quasi tutti i suoi componenti, è stata una formazione mitica degli anni Settanta e parte degli Ottanta, su cui fiumi d’inchiostro sono colati per elogiarli incondizionatamente o per dare loro dei ciarlatani, cacofonisti ridicoli e “antijazz”. Nato nella Parigi degli anni Sessanta, era un gruppo di musicisti neri di Chicago, molto impegnati politicamente nella causa dell’emancipazione non soltanto degli afroamericani, ma anche dei loro colleghi desiderosi di suonare una musica indipendente, libera dai dettami del mercato. Avevano fondato nella loro città natale l’AACM, Association for the Advancement of Creative Musicians, che permetteva a tali musicisti creativi di suonare, registrare, pubblicare, tutto ciò per cui ancora oggi ci battiamo… in pochi (ma proprio la nostra AMF rappresenta a Ferrara questo ideale di creazione indipendente, anche producendo ogni anni diversi CD che troverebbero difficilmente posto nella giungla implacabile del mercato discografico).

In questo impegno politico-culturale dei cinque chicagoani dell’Art Ensemble, c’era la ricerca delle radici africane della loro musica, al passo con i tempi (erano gli anni del terzomondismo e dell’Esperanto): una rivincita antimperialista su quell’irreparabile naufragio di una cultura che la deportazione degli schiavi in America aveva provocato. Essi si presentavano in scena con i volti dipinti e tuniche africane, in una foresta di percussioni etniche disposta in modo estremamente suggestivo intorno a loro, e il palcoscenico diventava un santuario tribale, qualcosa di misticamente e gloriosamente primitivo. Tutti poli-strumentisti, erano anche circondati dai loro numerosissimi strumenti: Roscoe Mitchell e Joseph Jarman da tutti i sassofoni della grande famiglia di Adolphe Sax (soprano, sopranino, alto, tenore, baritono, basso…) e clarinetti e flauti a profusione. Lester Bowie, il più sobrio (e l’unico non vestito da africano: ostentava uno strambo camice bianco da dottore, sempre uguale) suonava divincolandosi tromba flicorno e percussioni, Malachi Favors contrabbassista suonava talvolta il basso elettrico e sempre le percussioni, Don Moye batterista stava davanti ad un immenso set di gong che faceva risuonare soprattutto nei momenti più raccolti e silenziosi. Dietro di loro, uno stendardo annunciava il nome della musica eseguita: non jazz, ma “Great Black Music”, la grande musica nera, quella di tradizione millenaria e che non deve nulla a nessuno, anzi è piena di debitori…

Quindicenne, al seguito di una banda di stravaganti ferraresi (che dichiaravano il loro neodadaismo con un nome di band altisonante: “Marcel Duchamp vive ancora” – i miei coetanei ricordano ancora i loro allegri schiamazzi musicali in piazza), assistetti a diversi concerti del tour italiano dell’AEOC (abbreviazione pratica di un nome di gruppo decisamente troppo lungo) e ne rimasi molto impressionato, e tale choc si rinnovò puntualmente ogni volta che li rividi più tardi a Parigi (divenni un aficionado), dove si esibivano regolarmente. I cinque personaggi dipinti e travestiti cominciavano in un silenzio religioso, violato a poco a poco da un brusio progressivo e crescente di percussioni (gong, campanelli, etc.), poi un canto suonato dai fiati si faceva strada con commossa solennità, spesso un tema di Albert Ayler, loro antenato mitico (a cui probabilmente dedicherò un prossimo numero della mia rubrica). Tale incanto non tardava ad essere spezzato dall’altra anima del gruppo: free jazz frenetico ed energico, sonorità acute, acide e schiamazzi vocali e gestuali, vere e proprie performance di “musica totale”, come la chiamava Giorgio Gaslini, che però applicava gelosamente tale termine solo alla propria musica… Una sacra rappresentazione, in cui la spiritualità profonda non lasciava posto alla finzione del teatro borghese: ecco, un teatro senza finzione; naturalmente teatro musicale, rituale e religioso come le origini dell’arte.

Il disco “Bap-Tizum” è una fedele fotografia sonora di una di queste performance, registrata il 9 settembre 1972 al Festival Jazz e Blues di Ann Arbor, e pubblicata dalla prestigiosa casa discografica Atlantic per iniziativa dell’intraprendente produttore Jimmy Douglass. Il disco fu edito senza interruzioni tra una traccia e l’altra, per rendere conto del modo in cui si svolgevano i loro concerti: un’ora di musica ininterrotta. Comincia con una presentazione da parte del leader politico nero John Sinclair, poi attaccano le percussioni, fino a quando tutti cominciano a singhiozzare nella pantomima di un funerale, con tanto di preacher che recita un sermone metà in francese (riminiscenza di New Orleans, città francese fino al 1803) metà in inglese, e una nenia lamentosa intonata dai suoi compari. Il lamento vocale sfocia poi in uno suggestivo corale armonizzato dai tre fiati, poi un lento tema processionale con accordi ben dissonanti ma posati su una trama sonora silente e solenne. A poco a poco tale incanto si dissolve in un assolo rauco e tagliente di Joseph Jarman accompagnato dal basso, come se la dura realtà con la quale battersi e lottare fosse sempre dietro l’angolo, e non ci si dovesse mai troppo lasciare andare, ahimè, alla poesia: erano gli anni dei Black Panthers, Malcom X era stato assassinato da poco. Veloci fraseggi più colemaniani che bebop suonati rigorosamente all’unisono dai tre fiati introducono un altro frenetico assolo di Roscoe Mitchell, accompagnato da un festoso ritmo in cui tutti suonano le percussioni. Alla fine, il trombettista Lester Bowie si ritrova da solo, alternando nel silenzio interrotto solo da campanelli, citazioni da Armstrong, suonerie militari, grugniti ed effetti vocali parlati con lo strumento, e sopraggiunge ex-abrupto Ohnedaruth, un vertiginoso tema bebop eseguito da tutti con grande precisione (alla faccia di chi affermava che i free-jazzmen non sapevano suonare), e gli assoli si fanno su una forma aperta (“no chords, no measures”), come di consueto in quegli anni (anche Miles Davis dal vivo, come testimonia l’eccelso “Live at the Plugged Nickel” del 1965). Il concerto si chiude con il magnifico Odwalla, tema straight-ahead di uno swing implacabile, su cui si intrecciano controcanti melodiosi, e la linea si ripete ad libitum, in un magico decrescendo che si spegne tra gli applausi entusiasti di un pubblico risvegliato dopo una trance di quasi un’ora.

Tutti i titoli sono africani, a testimonianza dell’impegno politico e culturale del gruppo, ma anche del legame forte con la ritualità e anche la religiosità di una musica che non si vuole semplice divertimento, né soltanto rivendicazione militante, ma esperienza spirituale. Si usciva da un concerto dell’Art Ensemble of Chicago come da una messa, e come dalla chiesa si usciva rigenerati e purificati dalla banalità di un mondo dove tali esperienze sono davvero rare. Del resto, il titolo “Bap-tizum” è un termine gergale nero per “baptism”, il battesimo, esperienza purificatoria per eccellenza. Esiste un sito internet interamente dedicato alla musica religiosa nera, il cui nome è, guarda caso, “Bap-tizum”… Del resto, ve lo raccomando: http://www.baptizum.com/op

I critici europei hanno sempre interpretato il legame dell’AEOC con la ritualità religiosa come ironia dissacrante, dimostrando solo come noi eurocolti non crediamo più in nulla, e siamo solo capaci di prendere distanze, senza mai aderire ai sentimenti con passione anche candida. Noi musicisti dovremmo suonare come si prega. Io, personalmente, ce la metterò tutta.

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