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Vittorio Formignani

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Apologia Del Sogno Di Lennon

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Avete mai notato che al presentarsi di avvenimenti tragici che siano attentati o guerre salta sempre fuori il video di un musicista, magari al pianoforte di una metropolitana, che fa milioni di visualizzazioni?

La scelta di quale brano eseguire in queste occasioni oramai sembra sempre pendere su due opzioni: Hallelujah di Leonard Cohen e Imagine di John Lennon.
Ed è proprio di quest’ultima che vi vorrei andare a parlare.

Difficilmente si può trovare qualcuno che non conosca o non abbia mai sentito questa canzone nella quale Lennon descrive, con poche parole, non soltanto quello che potrebbe essere un mondo ideale e “libero” ma esprime ed esplicita anche la linee guida che l’hanno accompagnato in tutte le sue battaglie.  

Da allora la semplice frase, presente nel ritornello, “You May Say I’m a Dreamer” ha a sua volta accompagnato migliaia di uomini e donne nelle loro vite e spesso dato la facoltà a personalità nullafacenti di nascondersi dietro l’aggettivo di “sognatore”.

Perché, a rifletterci bene, quante delle persone che si sono date la nomea di sognatori hanno poi perseguito concretamente i sogni di cui si sono riempiti la bocca?

Basti pensare, grazie a questi individui inconcludenti, a quanto sia stato preso per i fondelli e stereotipizzato il “Sognatore” di turno nei tanti film che la storia cinematografica ci ha proposto.
Infatti, spesso, il malaugurato viene vestito e dipinto come l’hippie fissato con lo yoga e strane tecniche ayurvediche che si isola dal mondo reale perché non sa starci.
E cos’è questa se non una caricatura volta a ridicolizzare quel personaggio pericoloso per la società che fu fermato solo da un colpo di pistola?

Perciò, oltre a fare una critica ponderata sull’utilizzo di questo personaggio perso nei sogni, bisognerebbe farne un’altra sull’esecuzione del brano in questione nelle occasioni tragiche.

Perché se c’è una canzone che è stata strumentalizzata e svuotata del suo senso quella è proprio Imagine.
E il risultato che si ottiene a suonarla in tempi bui equivale a quello che potrebbe ottenere una preghiera per un malato terminale.
È l’apoteosi dell’ipocrisia esattamente come quelle cornici che adornano le immagini profilo dei social con le bandiere dei paesi colpiti o delle istituzioni offese.
E la cosa che ancora più aggrava la situazione è che questa manifestazione di “cordoglio” che sia il cambio di immagine profilo o l’esecuzione di Imagine, basta al singolo individuo per placare in sé il dolore e sentirsi a posto con la propria coscienza ricavando anche soddisfazione da questa acclamazione di “altruismo”.
Ma da qui si entra nelle dinamiche social che trasformano qualsiasi atto di condivisione in autoerotismo.

C’è solo un piccolo particolare che l’esecuzione di Imagine aggiunge alla miscela.
Oltre a unire l’umanità in un cordoglio fine a sé stesso, con questa canzone ognuno si immedesima nelle parole del testo e si autoproclama sognatore e ambasciatore del messaggio di cui forse nemmeno Lennon si sentiva degno portatore.

E così tutti per un giorno si sentono delle persone migliori e si sentono in diritto di sbattervi in faccia la loro immensa ma sterile preoccupazione per il mondo.

Quanto destabilizza infine il fatto che nemmeno Lennon si sentisse all’altezza delle sue parole?
Perché il verbo May, utilizzato per dire “forse dirai che sono un sognatore”, sottolinea da una parte l’opinione che la gente si sarebbe fatta di Lennon una volta sentita la canzone e dall’altra l’ammissione di Lennon di essere umano e, per questo, di avere bisogno di altri per esaudire anche solo uno di questo sogni.

Che grande aiuto che gli abbiamo dato.

Perciò, al prossimo attentato o guerra invece di fare Imagine o Hallelujah perché non eseguiamo “The End” dei Doors o una bella canzone sulla guerra?
O meglio ancora, invece che suonare, perchè non facciamo qualcosa?         

Vittorio Formignani
Illustrazione di Francesca Siglieri

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