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Paolo Concato

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Intervista Agli Acoustic Rug: Un Cocktail Di Musica

Intervista Agli Acoustic Rug: Un Cocktail Di Musica

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Nelle nostre zone c’è un gruppo, un gruppo che non potete non aver mai sentito, specialmente se uscite all’orario dell’aperitivo, non per nulla si definiscono ”social aperitif band”.
Loro sono gli Acoustic Rug: Umberto De Candia alla voce, Enrico Zurma alla chitarra e Giacomo Mangolini alla batteria. Scopriamo chi sono, cosa fanno, perché lo fanno e quali sono le loro idee sulla musica.

Come nasce il vostro progetto?

U: Circa 5 anni fa io ed Enrico avevamo una band metal, i Pantheon, ma per i vari impegni di tutti il gruppo si era arenato quindi ci siamo detti ”Facciamo qualcosa in acustico”. Dopo svariati cambi di formazione cercavamo un bassista e Jacopo Aneghini ci ha fatto il nome di Giacomo. Dopo aver suonato il basso per un annetto con noi Giacomo ci rivela che suona batteria e percussioni da 12 anni e perciò è diventato il nostro batterista e poi abbiamo deciso di rimanere con questa formazione: io alla voce, Enrico alla chitarra e Giacomo alle percussioni.

Qual è il vostro background musicale?

U: Ho iniziato a cantare nei Pantheon a 16 anni e sono andato a lezione di canto per 3-4 anni da Silvia Marcolongo, canto tutt’ora nei Bitter Coconut Dead Fire un gruppo dove facciamo inediti funk-rock, abbiamo un cd all’attivo e stiamo scrivendo il secondo che, come dice Caparezza, è sempre il più difficile. Io ed Enrico abbiamo anche uno spettacolo teatrale con la compagnia Belli de Notte, è un varietà comico-musicale dove ho scritto i testi ed Enrico ha curato le musiche.

E: Ho suonato nei Pantheon e facevamo un genere simile agli Alterbridge, ma prima ho suonato power metal con gli Altair. Sono andato a lezione da Daniele Montagnini presso il Centro Veneto Esperienze Musicali e alla RGA di Milano da Antonio Cordaro, ora sono all’ultimo anno del triennio jazz a Rovigo dove ho studiato con Roberto Cecchetto e Domenico Caliri. Insegno chitarra al CVEM e all’Hybrid Music School.

G: Suono la batteria da quando avevo 3-4 anni, a 10 anni ho cominciato a prendere lezioni per 7 anni, ma non trovando un gruppo con cui suonare ho iniziato a suonare il basso, andavo a lezione all’AMF da Taravelli e ho suonato in una cover band di Vasco. In seguito mi sono appassionato alla registrazione, ho fatto un corso certificato Apple per Logic Pro e ora suono la batteria in questo gruppo e in un altro mio progetto pop-elettronico. Ho anche uno studio di registrazione privato che si chiama MangoLab.

Che repertorio proponete?

U: Abbiamo un repertorio di più di due ore e facciamo riarrangiamenti di brani funk, soul, R’n’B e pop, tutto in acustico; solitamente suoniamo come accompagnamento per aperitivi, cene, aperture ai DJ, una cosa che un po’ manca a Ferrara.

Per quale motivo avete partecipato a Italia’s got Talent?

U: Semplicemente per avere un po’ più di notorietà e avere più date… alla fine siamo ragazzi che nella musica ci hanno sempre messo le mani per studio e per lavoro e gli Acoustic Rug sono un modo per far si che qualcosa ci torni indietro; è anche giusto che chi ha passato tanto tempo dietro la musica abbia un minimo di riconoscenza.

E: Abbiamo partecipato anche perché oggi i talent sono quasi una costante, sembra quasi che se non li fai non ti possano vedere, ci sembrava fondamentale provarci.

Dopo aver partecipato che idea vi siete fatti dei talent?

E: Italia’s Got Talent ci è sembrato genuino.

U: Io avevo provato a fare anche le audizioni di X-Factor, ma si vedeva che era tutto molto preparato, quelli che venivano presi avevano già accordi con le case discografiche, invece  Italia’s Got Talent ci è sembrato davvero genuino anche perché lì c’è davvero il talento a 360°, non solo la musica. È stato snervante, ma divertente. Anche il provino sembrava essere andato bene, ci hanno chiesto di fare un altro pezzo e poi ci hanno fatto i complimenti, sembrava che avessimo suscitato il loro interesse… poi però non ci hanno richiamato.

Perché non scrivete pezzi vostri?

E: Apparteniamo a mondi un po’ diversi a  livello di generi che ci piacciono, a me piace il metal, ma anche funk e jazz. Poi è difficile far girare il proprio nome se fai pezzi tuoi; da un lato ci sarebbe la soddisfazione di fare qualcosa di mio e farlo ascoltare, ma vorrei che questo fosse il mio lavoro.  Abbiamo provato a fare qualcosa di nostro fondendo R’n’B, jazz e pop, importante a livello armonico, ma ascoltabile anche da chi non suona però è difficile e ci vuole ancora tempo. Finiti gli studi mi ci dedico seriamente.

G: Se io faccio uscire un brano deve essere perfetto e deve avere un senso, se faccio tre accordi in piazza e dico ”Questa è la mia canzone” non ha senso, secondo me deve essere una cosa che possa girare in radio, con suoni all’altezza ed è il motivo per il quale non registro nessuno nel mio studio: non sono ancora in grado di fornire un prodotto così elevato.

U: Il nostro gruppo nasce per andare a sostituire la radio che sta nel locale, cerchiamo di unire i  nostri gusti e offrire un repertorio che possano apprezzare un po tutti, dal 65enne che porta il nipote al nipote stesso, dalla 40enne alla 20enne che vengono a fare aperitivo. Ho anche un gruppo di inediti e ci sono state chieste cifre astronomiche per pubblicizzare il nostro primo album, quando parti da indipendente e vuoi farcela solo con i tuoi mezzi la strada è lunga e contorta. Conosco molta gente che ha avuto un exploit a livello di notorietà poi, una volta finiti i soldi, tutto si è ridimensionato.

Che consiglio dareste a chi ha meno esperienza di voi?

U: Non abbattersi, l’esperienza ce la si crea anche da soli. Va benissimo andare a lezione, ma a un certo punto bisogna iniziare a sgomitare e darsi da fare: se, ad esempio, per fare esperienza devi andare a sederti su un muretto e suonare un pezzo lo fai, è già esperienza anche quella.

E: Ci vuole molta pazienza, essere molto curiosi, ascoltare e suonare di tutto, anche cose che non piacciono perché magari c’è comunque qualcosa di interessante da portare nel proprio linguaggio.

G: Suonare di più col metronomo, perché non ci suona nessuno e vanno tutti fuori tempo. Finire sempre la canzone anche se non ti viene l’assolo e suonare tanto insieme, ma solo se c’è feeling.

 

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